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Principi e norme per l'uso del Messale Romano

 

PROEMIO.. 3

Testimonianza di una fede immutata. 3

Prova di una tradizione ininterrotta. 4

Adattamento alle nuove condizioni 4

Capitolo I: IMPORTANZA E DIGNITÀ DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA.. 7

Capitolo II: STRUTTURA, ELEMENTI E PARTI DELLA MESSA.. 8

I. Struttura generale della Messa. 8

II. I diversi elementi della Messa. 8

III. Le singole parti della Messa. 10

A) RITI DI INTRODUZIONE. 10

B) LITURGIA DELLA PAROLA.. 11

C) LITURGIA EUCARISTICA.. 13

D) RITI DI CONCLUSIONE. 15

Capitolo III: UFFICI E MINISTERI NELLA MESSA.. 16

I. Uffici e ministeri dell’Ordine sacro. 16

II. Ufficio e compito del popolo di Dio. 16

III. Uffici particolari 17

Capitolo IV: DIVERSE FORME DI CELEBRAZIONE DELLA MESSA.. 19

I. Messa con il popolo. 19

A) FORMA TIPICA.. 20

B) MINISTERI DEL DIACONO.. 23

C) COMPITI DELL’ACCOLITO.. 24

D) COMPITI DEL LETTORE. 25

II. Messe concelebrate. 25

Premesse. 25

Riti di introduzione. 26

Liturgia della Parola. 26

Liturgia eucaristica. 26

Riti di comunione. 29

Riti di conclusione. 30

III. Messa senza il popolo. 30

Premesse. 30

Riti di introduzione. 31

Liturgia della Parola. 31

Liturgia eucaristica. 31

Riti di conclusione. 32

IV. Alcune norme di carattere generale per tutte le forme di Messa. 32

Venerazione dell’altare e del libro dei Vangeli 32

Genuflessione e inchino. 32

L’incensazione. 32

La purificazione. 33

La comunione sotto le due specie. 33

CAPITOLO V: DISPOSIZIONE E ARREDAMENTO DELLE CHIESE PER LA CELEBRAZIONE DELLA EUCARISTIA.. 36

I. PRINCIPI GENERALI 36

II. DISPOSIZIONE DELLA CHIESA PER L’ASSEMBLEA EUCARISTICA.. 36

III. IL PRESBITERIO.. 36

IV. L’ALTARE. 37

V. LA SUPPELLETTILE DELL’ALTARE. 37

VI. LA SEDE PER IL SACERDOTE CELEBRANTE E PER I MINISTRI, OSSIA IL LUOGO DELLA PRESIDENZA.. 37

VII. L’AMBONE, OSSIA IL LUOGO DAL QUALE VIENE ANNUNCIATA LA PAROLA DI DIO.. 38

VIII. I POSTI DEI FEDELI 38

IX. IL POSTO DELLA "SCHOLA" E DELL’ORGANO DI ALTRI STRUMENTI MUSICALI 38

X. IL POSTO DELLA CUSTODIA DELLA SANTISSIMA EUCARISTIA.. 38

XI. LE IMMAGINI ESPOSTE ALLA VENERAZIONE DEI FEDELI 39

XII. LA DISPOSIZIONE GENERALE DEL LUOGO SACRO.. 39

CAPITOLO VI: COSE NECESSARIE PER LA CELEBRAZIONE DELLA MESSA.. 40

I. IL PANE E IL VINO PER CELEBRARE L’EUCARISTIA.. 40

II. LE SUPPELLETTILI SACRE IN GENERE. 40

III. I VASI SACRI 40

IV. LE VESTI SACRE. 41

V. ALTRA SUPPELLETTILE DESTINATA ALL’USO DELLA CHIESA.. 42

CAPITOLO VII: LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA.. 43

I.      LA SCELTA DELLA MESSA.. 43

II.     LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA.. 44

Le letture. 44

Le orazioni 44

I canti 45

Facoltà particolari 45

CAPITOLO VIII: MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE E MESSE PER I DEFUNTI 46

I.      MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE. 46

II.     MESSE DEI DEFUNTI 46

PRECISAZIONI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA.. 48

 


PROEMIO

 

1. Appressandosi a celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel quale istituì il Sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, Cristo Signore ordinò di preparare una sala grande e addobbata (Le 22, 12). Quest’ordine la Chiesa l’ha sempre considerato rivolto a se stessa quando dettava le norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per la celebrazione dell’Eucaristia.
Anche le presenti norme, stabilite in base alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, come anche il nuovo Messale, che la Chiesa di rito romano userà d’ora innanzi per celebrare la Messa , sono una prova di questa sollecitudine della Chiesa, della sua fede e del suo amore immutato verso il grande mistero eucaristico, e testimoniano la sua continua e ininterrotta tradizione, nonostante vi siano state introdotte alcune novità.

Testimonianza di una fede immutata

2. La natura sacrificale della Messa, solennemente affermata dal Concilio di Trento, in armonia con tutta la tradizione della Chiesa (1), è stata riaffermata dal Concilio Vaticano II, che ha pronunziato, a proposito della Messa, queste significative parole: "Il nostro Salvatore nell’ultima cena... istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa , il memoriale della sua morte e risurrezione" (2).
Questo insegnamento del Concilio lo si ritrova costantemente nelle formule della Messa. Dice il Sacramentario Leoniano:
"Ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio, si compie l’opera della nostra redenzione" (3) ebbene, la dottrina espressa con precisione in questa frase è sviluppata con chiarezza e con cura nelle Preghiere eucaristiche: in queste Preghiere, quando il sacerdote fa l’anamnesi, rivolgendosi a Dio in nome di tutto il popolo, gli rende grazie e gli offre il sacrificio vivo, santo, cioè l’oblazione della Chiesa e la vittima per la cui immolazione Dio ha voluto essere placato (4), e prega perché il Corpo e il Sangue di Cristo siano un sacrificio accetto al Padre per la salvezza del mondo intero (5).
Così, nel nuovo Messale, la regola della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua costante regola di fede; questa ci dice che, fatta eccezione per il modo di offrire, e che è differente, vi è piena identità tra il Sacrificio della Croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa, che Cristo Signore ha istituito nell’ultima cena e ha ordinato agli Apostoli di celebrare in memoria di lui; e per conseguenza, la Messa è insieme sacrificio di lode, d’azione di grazie, di propiziazione e di espiazione.

3. Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II (6) e dagli altri documenti del magistero della Chiesa (7), nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il Concilio di Trento l’aveva proposto alla nostra fede (8). Nella celebrazione della Messa, questo mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della consacrazione, che rendono il Cristo presente per mezzo della transustanziazione, ma anche dal senso e dall’espressione esterna di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della liturgia eucaristica. Per lo stesso motivo, al Giovedì Santo, nella Cena del Signore, e nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo cristiano e chiamato a onorare in modo particolare, con l’adorazione, questo ammirabile sacramento.

4. Quanto alla natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del presbitero, in quanto egli offre il sacrificio nella persona di Cristo e presiede l’assemblea del popolo santo, essa è posta in luce, nell’espressione stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione. I compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con molta chiarezza nel prefazio della Messa crismale del Giovedì Santo, giorno in cui si commemora l’istituzione del sacerdozio. Il testo sottolinea la potestà sacerdotale conferita per mezzo dell’imposizione delle mani, e descrive questa medesima potestà enumerandone tutti gli uffici: è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Pontefice sommo della Nuova Alleanza.

5. Questa natura del sacerdozio ministeriale mette a sua volta nella giusta luce un’altra realtà di grande importanza: il sacerdozio regale dei fedeli, il cui sacrificio spirituale raggiunge la sua perfezione attraverso il ministero dei presbiteri, in unione con il sacrificio di Cristo, unico Mediatore (9). La celebrazione dell’Eucaristia è infatti azione .di tutta la Chiesa ; in essa ciascuno compie soltanto, ma integralmente, quello che gli compete, tenuto conto del posto che egli occupa nel popolo di Dio. È il motivo per cui si presta ora una maggiore attenzione a certi aspetti della celebrazione che, nel corso dei secoli, erano stati talvolta alquanto trascurati. Questo popolo è il popolo di Dio, acquistato dal Sangue di Cristo, riunito dal Signore, nutrito con la sua Parola; popolo la cui vocazione è di far salire verso Dio le preghiere di tutta la famiglia umana; popolo che, in Cristo, rende grazie per il mistero della salvezza, offrendo il suo Sacrificio; popolo infine che per mezzo della comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, rafforza la sua unità. Questo popolo è già santo per la sua origine; ma in forza della sua partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa al mistero eucaristico, progredisce continuamente in santità (10).

Prova di una tradizione ininterrotta

6. Nell’enunciare le norme per la revisione del rito della Messa, il Vaticano II ha ordinato, tra l’altro, che certi riti venissero "riportati all’antica tradizione dei santi Padri" (11): sono le stesse parole usate da san Pio V nella lettera apostolica Quo primum con la quale nel 1570 promulgava il Messale di Trento. Anche da questo incontro verbale è facile rilevare come i due Messali romani, benché separati da quattro secoli, conservino una medesima e identica tradizione. Se poi si tengono presenti gli elementi profondi di questa tradizione, non è difficile rendersi conto come il secondo Messale completi egregiamente il primo.

7. In tempi davvero difficili, nei quali la fede cattolica era stata messa in pericolo circa la natura sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la presenza reale e permanente di Cristo sotto le specie eucaristiche, a san Pio V premeva anzitutto salvaguardare una tradizione relativamente recente ingiustamente attaccata, introducendo il meno possibile di cambiamenti nel sacro rito. E in verità, il Messale del 1570 si differenzia ben poco dal primo Messale stampato nel 1474; e questo, a sua volta, riprende fedelmente il Messale del tempo di Innocenzo III. Inoltre i manoscritti della Biblioteca Vaticana, anche se avevano permesso di adottare in certi casi delle lezioni migliori, non consentirono in quella diligente ricerca di "antichi autori fededegni", di andare al di là di quanto s’era fatto con i commentari liturgici del Medioevo.

8. Attualmente, al contrario, questo "ordinamento dei santi Padri" tenuto presente dai revisori responsabili del Messale di san Pio V, si è arricchito di innumerevoli studi di eruditi. Dopo la prima edizione del Sacramentario Gregoriano nel 1571, gli antichi sacramentari romani e ambrosiani sono stati oggetto di numerose edizioni critiche; lo stesso si dica degli antichi libri liturgici spagnoli e gallicani, che han fatto riscoprire un buon numero di preghiere fino allora ignorate, ma di non poca importanza sotto l’aspetto spirituale.
Data poi la scoperta di un buon numero di documenti liturgici, sono pure, attualmente, meglio conosciute le tradizioni dei primi secoli, anteriori alla formazione dei riti d’Oriente e d’Occidente. Inoltre, il progresso degli studi patristici ha permesso di appurare la teologia del mistero eucaristico attraverso l’insegnamento di Padri eminenti nell’antichità cristiana, come sant’Ireneo, sant’Ambrogio, san Cirillo di Gerusalemme, san Giovanni Crisostomo.

9. La "tradizione dei santi Padri" esige dunque che non solo si conservi la tradizione trasmessa dai nostri predecessori immediati, ma che si tenga presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato della Chiesa e si faccia un’accurata indagine sui modi molteplici con cui l’unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così diverse tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da Semiti, Greci e Latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di constatare come lo Spirito Santo accordi al popolo di Dio un’ammirevole fedeltà nel conservare immutato il deposito della fede, per grande che sia la varietà delle preghiere e dei riti.

Adattamento alle nuove condizioni

10. Il nuovo Messale mentre attesta la lex orandi della Chiesa romana e salvaguarda il deposito della fede trasmesso dai recenti Concili, segna a sua volta una tappa di grande importanza nella tradizione liturgica.
Quando i Padri del Concilio Vaticano II ripresero le formulazioni dogmatiche del Concilio di Trento, le loro parole risuonarono in un’epoca ben diversa nella vita del mondo; è per questo che nel campo pastorale essi hanno potuto dare dei suggerimenti e dei consigli, che sarebbero stati impensabili quattro secoli prima.

11. Il Concilio di Trento aveva già riconosciuto il grande valore catechetico contenuto nella celebrazione della Messa, ma non poteva trarne tutte le conseguenze pratiche. In realtà si chiedeva da molti che venisse concesso l’uso della lingua volgare nella celebrazione del sacrificio eucaristico. Ma dinanzi a tale richiesta, il Concilio, considerate le circostanze di allora, riteneva suo dovere riaffermare la dottrina tradizionale della Chiesa, secondo la quale il sacrificio eucaristico è anzitutto azione di Cristo stesso: per conseguenza, la sua efficacia non dipende affatto dal modo di partecipazione dei fedeli. Ecco perché si espresse con queste parole decise e misurate insieme: "Benché la Messa contenga un ricco insegnamento per il popolo dei fedeli, i Padri non hanno ritenuto opportuno, che venga celebrata indistintamente in lingua volgare" (12). E condannò chi osasse affermare che "non si deve ammettere il rito della Chiesa romana, in forza del quale una parte del canone e le parole della consacrazione vengono dette a bassa voce; o che la Messa si debba celebrare in lingua volgare" (13). Nondimeno, se da un lato proibì l’uso della lingua parlata nella Messa, dall’altro ordinò ai pastori di supplirvi con un’opportuna catechesi: "Perché il gregge di Cristo non soffra la fame.., il santo Concilio ordina ai pastori e a tutti quelli che hanno cura d’anime di soffermarsi frequentemente, nel corso della celebrazione della Messa, o personalmente o per mezzo di altri, su questo o quel testo della Messa, e di spiegare, tra l’altro, il mistero di questo santissimo Sacrificio, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi" (14).

12. Convocato perché la Chiesa adattasse ai nostri tempi i compiti della sua, missione apostolica, il Concilio Vaticano II ha, come quello di Trento, esaminato profondamente la natura didattica e pastorale della Liturgia (15). E poiché non v’è ormai nessun cattolico che neghi la legittimità e l’efficacia del rito compiuto in lingua latina, il Concilio ha ammesso senza difficoltà che "l’uso della lingua parlata può riuscire spesso di grande utilità per il popolo", e l’ha quindi permessa (16). L’entusiasmo con cui questa decisione è stata dappertutto accolta, ha portato, sotto la guida dei vescovi e della stessa sede apostolica, alla concessione che tutte le celebrazioni liturgiche con partecipazione di popolo si possano fare in lingua viva, per rendere più facile l’intelligenza piena del mistero celebrato.

13. Tuttavia, poiché l’uso della lingua parlata nella sacra liturgia è soltanto uno strumento, anche se molto importante, per esprimere più chiaramente la catechesi del mistero contenuto nella celebrazione, il Concilio Vaticano II ha insistito perché si mettessero in pratica certe prescrizioni del Concilio di Trento che non erano state dappertutto osservate, come il dovere di fare l’omelia nelle domeniche e nei giorni festivi (17); e la possibilità di intercalare ai riti determinate esortazioni (18).
Soprattutto però il Concilio Vaticano II, nel consigliare "quella partecipazione perfetta alla Messa per la quale i fedeli dopo la comunione del sacerdote ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio" (19), ha portato al compimento di un altro voto dei Padri Tridentini, che, cioè, per partecipare più pienamente all’Eucaristia "nelle singole Messe i presenti si comunicassero non solo con l’intimo fervore dell’anima, ma anche con la ricezione sacramentale dell’Eucaristia" (20).

14. Indotto dal medesimo spirito e dallo stesso zelo pastorale, il Concilio Vaticano II ha potuto riesaminare le decisioni di Trento a proposito della comunione sotto le due specie. Poiché attualmente nessuno mette in dubbio i principi dottrinali sul pieno valore della comunione sotto la sola specie del pane, il Concilio ha permesso in alcuni casi la comunione sotto le due specie, con la quale, grazie a una presentazione più chiara del segno sacramentale, si ha modo di penetrare più profondamente il mistero al quale i fedeli partecipano (21).

15. In questo modo, mentre la Chiesa rimane fedele al suo compito di maestra di verità conservando "ciò che è vecchio" cioè il deposito della tradizione, assolve pure il suo compito di esaminare e adottare con prudenza "ciò che è nuovo" (cf Mt 13,52).
Una parte del nuovo Messale adegua più visibilmente le preghiere della Chiesa ai bisogni del nostro tempo; tali sono specialmente le Messe rituali e quelle per varie necessità, nelle quali si fondono felicemente tradizione e novità. Pertanto, mentre sono rimaste intatte molte espressioni attinte alla più antica tradizione della Chiesa e rese familiari dallo stesso Messale Romano nelle sue varie edizioni, molte altre sono state adattate alle esigenze e alle condizioni attuali. Altre infine, come le orazioni per la Chiesa , per i laici, per la santificazione del lavoro umano, per l’unione di tutti i popoli, e per certe necessità proprie del nostro tempo, sono state interamente composte ex novo, traendo i pensieri e spesso anche i termini dai recenti documenti conciliari.
Così pure, in vista di una presa di coscienza della situazione nuova del mondo contemporaneo, è sembrato che non si recasse offesa alcuna al venerabile tesoro della Tradizione modificando alcune espressioni dei testi antichi, allo scopo di meglio armonizzare la lingua con quella della teologia attuale e perché esprimessero in verità la presente situazione della disciplina della Chiesa.
Per questo motivo sono stati cambiati alcuni modi di esprimersi, che risentivano di una certa mentalità sull’apprezzamento e sull’uso dei beni terrestri, ed altri ancora che mettevano in rilievo una forma di penitenza esteriore propria della Chiesa di altri tempi.
Le norme liturgiche del Concilio di Trento sono state, dunque, su molti punti, completate e integrate dalle norme del Concilio Vaticano II; il Concilio ha così condotto a termine gli sforzi fatti per accostare i fedeli alla liturgia, sforzi condotti per quattro secoli e con più intensità in un’epoca recente, grazie soprattutto allo zelo liturgico promosso da san Pio X e dai suoi successori.

Note

1. Sess. XXII, Doctrina de ss. Missae sacrificio: DS 1738-1759.

2. SC 47; cf LG 3, 28; PO 2, 4, 5.

3. Cf Sacramentarium veronense, ed. L.C. Mohlberg, n. 93.

4. Cf Preghiera eucaristica III.

5. Cf Preghiera eucaristica IV.

6. SC 7, 47; PO 5, 18

7. Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: AAS 42(1950), pp. 570-571; MF EV II, 421-432; Paolo VI, Sollemnis professio fidei, 30.6.1968, nn. 24-26: EV III, 560-562; EM 3f , 9.

8. Cf Sess. XIII, Decretum de ss. Eucharistia: DS 1635-1661.

9. Cf PO 2.

10. Cf SC 11.

11. Cf SC 50.

12. Conc. Trid., sess. XXII, Doctrina de ss. Missae sacrificio, cap. 8: DS 1749.

13. Ibid. cap. 9: DS 1750.

14. Ibid. cap. 8: DS 1749.

15. Cf SC 33.

16. SC 36.

17. SC 52.

18. SC 35, 3.

19. SC 55.

20. Sess. XXII, Doctrina de ss. Missae sacrificio. cap. 6: DS 1747.

21. Cf SC 55.

 


Capitolo I: IMPORTANZA E DIGNITÀ DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA

 

1. La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli (1). Nella Messa infatti si ha il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio (2). In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell’anno, i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti (3). Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa , da essa derivano e ad essa sono ordinate (4).

2. È perciò di somma importanza che la celebrazione della Messa, o Cena del Signore, sia ordinata in modo che i ministri e i fedeli, partecipandovi ciascuno secondo il proprio ordine e grado, traggano abbondanza di quei frutti (5), per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo ha affidato, come memoriale della sua passione e risurrezione, alla Chiesa, sua dilettissima sposa (6).

3. Si potrà ottenere davvero questo risultato, se, tenuto conto della natura e delle altre caratteristiche di ogni assemblea, tutti la celebrazione verrà ordinata in modo tale da portare i fedeli a una partecipazione consapevole, attiva e piena, esterna od interna, ardente di fede, speranza e carità; partecipazione vivamente desiderata dalla Chiesa e richiesta dalla natura stessa della celebrazione, e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del Battesimo (7)

4. Non sempre si può avere la presenza e l’attiva partecipazione dei fedeli, che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale dell’azione liturgica (8); sempre però la celebrazione eucaristica ha l’efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto è unione di Cristo e della Chiesa (9), e il sacerdote vi agisce sempre per la salvezza del popolo.

5. Poiché inoltre la celebrazione dell’Eucaristia, come tutta la liturgia, si compie per mezzo di segni sensibili, mediante i quali la fede si alimenta, s’irrobustisce e si esprime (10), si deve avere la massima cura nello scegliere e nel disporre quelle forme e quegli elementi che la Chiesa propone, e che, considerate le circostanze di persone e di luoghi, possono favorire più intensamente la partecipazione attiva e piena e rispondere più adeguatamente al bene dei fedeli.

6. Pertanto questa "Istruzione" si propone di esporre i principi generali per l’ordinamento della celebrazione dell’Eucaristia, e presentare le norme per regolare le singole forme di celebrazione (11). Le Conferenze Episcopali, secondo la Costituzione sulla Sacra Liturgia, possono prescrivere, per il loro territorio, delle norme che tengano conto delle tradizioni e della cultura propria dei loro popoli, delle regioni e delle diverse comunità (12).

Note

1. Cf SC 41; LG 11; PO 2, 5, 6; UR 15; EM 3e, 6.

2. Cf SC 10

3. Cf SC 102.

4. Cf PO 5; SC 10.

5. Cf SC 14, 19, 26, 28, 30.

6. Cf SC 47.

7. Cf SC 14.

8. Cf SC 41.

9. Cf PO 13.

10. SC 59.

11. Cf per le Messe nei gruppi particolari: AcP; per le Messe con i fanciulli: PB; sul modo di unire le Ore dell’Ufficio con la Messa : IGLH 93-98

12. SC 37-40.

 


Capitolo II: STRUTTURA, ELEMENTI E PARTI DELLA MESSA

 

I. Struttura generale della Messa

7. Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico (13).
Per questa riunione locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: "Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).
Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce (14), Cristo è realmente presente nell’assemblea dei fedeli riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche (15)

8. La Messa è costituita da due parti, la "Liturgia della Parola" e la "Liturgia eucaristica"; esse son così strettamente congiunte tra di loro da formare un unico atto di culto (16). Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro (17). Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.

II. I diversi elementi della Messa

Lettura della parola di Dio e sua spiegazione

9. Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo.
Per questo, le letture della parola di Dio, che costituiscono un elemento importantissimo della Liturgia, si devono ascoltare da tutti con venerazione. E benché la parola di Dio nelle letture della sacra Scrittura sia rivolta a tutti gli uomini di ogni epoca e sia da essi intelligibile, tuttavia la sua efficacia viene accresciuta da un’esposizione viva e attuale, cioè dall’omelia, che è considerata parte dell’azione liturgica (18).

Le orazioni e le altre parti che spettano al sacerdote

10. Tra le parti proprie del sacerdote, occupa il primo posto la Preghiera eucaristica, culmine di tutta la celebrazione. Seguono poi le orazioni, cioè: l’orazione di inizio (o colletta), l’orazione sulle offerte e l’orazione dopo la comunione. Queste preghiere dette dal sacerdote nella sua qualità di presidente dell’assemblea nella persona di Cristo, sono rivolte a Dio a nome dell’intero popolo santo e di tutti i presenti (19). Perciò giustamente si chiamano "orazioni presidenziali".

11. Spetta ugualmente al sacerdote, per il suo ufficio di presidente dell’assemblea radunata, formulare alcune monizioni e proporre le formule di introduzione e di conclusione previste nel rito medesimo. Di loro natura queste monizioni non esigono di essere pronunziate alla lettera, nella formulazione presentata nel Messale; per cui potrà essere opportuno l’adattarle in qualche modo, almeno in alcuni casi, alle vere condizioni della comunità (20). Così pure spetta al sacerdote che presiede annunziare la parola di Dio e impartire la benedizione finale. Egli può inoltre intervenire con brevissime parole, all’inizio della celebrazione, per introdurre i fedeli alla Messa del giorno; alla Liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera eucaristica, prima di iniziare il prefazio; prima del congedo, per concludere l’intera azione sacra.

12. La natura delle parti "presidenziali" esige che esse siano proferite a voce alta e chiara e che siano ascoltate da tutti con attenzione (21). Perciò mentre il sacerdote le dice, non si devono sovrapporre altre orazioni o canti, e l’organo e altri strumenti musicali devono tacere.

13. Il sacerdote formula preghiere non soltanto come presidente a nome di tutta la comunità, ma talvolta anche a titolo personale, per poter compiere il proprio ministero con maggior attenzione e pietà. Tali preghiere si dicono sottovoce.

Altre formule che ricorrono nella celebrazione

14. Poiché la celebrazione della Messa, per sua natura, ha carattere "comunitario" (22), grande rilievo assumono i dialoghi tra il celebrante e l’assemblea dei fedeli, e le acclamazioni (23). Infatti questi elementi non sono soltanto segni esteriori della celebrazione comunitaria, ma favoriscono ed effettuano la comunione tra il sacerdote e il popolo.

15. Le acclamazioni e le risposte dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di Messa per esprimere e ravvivare l’azione di tutta la comunità (24).

16. Altre parti, assai utili per manifestare e favorire la partecipazione attiva dei fedeli, spettano all’intera assemblea: sono soprattutto l’atto penitenziale, la professione di fede, la preghiera universale (detta anche preghiera dei fedeli) e la preghiera del Signore (cioè il Padre nostro).

17. Infine, tra le altre formule:
a) alcune costituiscono un rito o un atto a sé stante, come l’inno Gloria, il salmo responsoriale, l’Alleluia e il versetto prima del Vangelo (canto al Vangelo), il Santo (Sanctus), l’acclamazione dell’anamnesi e il canto dopo la comunione;
b) altre, invece, accompagnano qualche rito, come i canti d’ingresso, di offertorio, quelli che accompagnano la "frazione" o atto di spezzare il pane (Agnello di Dio - Agnus Dei) e la comunione.

In qual modo proclamare i vari testi

18. Nei testi che devono esser pronunziati a voce alta e chiara dal sacerdote, dai ministri, o da tutti, la voce deve corrispondere al genere del testo secondo che si tratti di una lettura, di un orazione, di una monizione, di un’acclamazione, di un canto; deve anche corrispondere alla forma di celebrazione e alla solennità della riunione liturgica. Inoltre si tenga conto delle caratteristiche delle diverse lingue e della cultura specifica di ogni popolo.
Nelle rubriche e nelle norme che seguono, le parole "dire" oppure "proclamare" devono essere intese in riferimento sia al canto che alla recita, tenuto conto dei principi sopra esposti.

Importanza del canto

19. I fedeli che si radunano nell’attesa della venuta del loro Signore, sono esortati dall’Apostolo a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali (cf Col 3, 16). Infatti il canto è segno della gioia del cuore (cf At 2,46). Perciò dice molto bene sant'Agostino: "Il cantare è proprio di chi ama" (25), e già dall’antichità si formò il detto: "Chi canta bene, prega due volte".
Nelle celebrazioni si dia quindi grande importanza al canto, tenuto conto della diversità culturale delle popolazioni e della capacità di ciascun gruppo anche se non è sempre necessario cantare tutti i testi che per loro natura sono destinati al canto. Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote o dai ministri con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (26). Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’Ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore (Pater noster) (27).

Gesti e atteggiamenti del corpo

20. L’atteggiamento comune del corpo, che tutti i partecipanti al rito sono invitati a prendere, è il segno della comunità e dell’unità dell’assemblea: esso esprime e favorisce l’intenzione e i sentimenti dell’animo dei partecipanti (28).

21. Per ottenere l’uniformità nei gesti e negli atteggiamenti, i fedeli seguano le indicazioni che vengono date dal diacono, o dal sacerdote, o da un altro ministro, durante la celebrazione. Inoltre, in tutte le Messe, salvo indicazioni in contrario, i fedeli stiano in piedi dall’inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si reca all’altare, fino alla conclusione dell’orazione di inizio (o colletta), durante il canto dell’Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); dall’orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito. Stanno invece seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale; all’omelia e durante la preparazione dei doni all’offertorio; se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la comunione. S’inginocchiano poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano o la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri motivi ragionevoli.
Spetta però alle Conferenze Episcopali adattare i gesti e gli atteggiamenti del corpo, descritti nel Rito della Messa romana, alla cultura dei vari popoli (29). Nondimeno si faccia in modo che tali adattamenti corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della celebrazione.

22. Fra i gesti sono comprese anche le azioni e gli atteggiamenti del sacerdote nel recarsi all’altare, quelle per la presentazione dei doni e per la comunione dei fedeli. Conviene che queste azioni siano fatte in modo decoroso, mentre si eseguono canti appropriati, secondo le norme stabilite per i singoli movimenti.

Il silenzio

23. Si deve anche osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione (30). La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l'atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di ringraziamento.

III. Le singole parti della Messa

A) RITI DI INTRODUZIONE

24. Le parti che precedono la Liturgia della Parola, cioè l’introito, il saluto, l’atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria e l’orazione (o colletta), hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione.
Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio ed a celebrare degnamente l’Eucaristia.

L’introito

25. Quando il popolo è riunito, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, si inizia il canto d’ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.
26. Il canto viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola. Si può utilizzare sia l’antifona con il suo canto, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale.
Se all’introito non ha luogo il canto, l’antifona proposta dal Messale Romano viene letta o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, o anche dallo stesso sacerdote dopo il saluto.

Saluto all’altare e al popolo radunato

27. Giunti in presbiterio, il sacerdote e i ministri salutano l’altare. In segno di venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote lo può incensare secondo l’opportunità.

28. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e tutta l’assemblea si segnano col segno di croce. Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità riunita la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata.

Atto penitenziale

29. Salutato il popolo, il sacerdote, o un altro ministro che ne sia capace, può fare una brevissima introduzione alla Messa del giorno. Quindi il sacerdote invita all’atto penitenziale, che viene compiuto da tutta la comunità mediante la confessione generale, e si conclude con l’assoluzione del sacerdote.

Kyrie eleison

50. Dopo l’atto penitenziale ha inizio il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore.
Ogni acclamazione di solito si dice due volte; ma non si esclude che, in considerazione dell’indole delle diverse lingue o della composizione musicale o di circostanze particolari, sia ripetuto un maggior numero di volte, o intercalato da un breve "tropo". Se il Kyrie eleison non viene cantato, si recita.

Gloria in excelsis

31. Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa , radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Viene cantato da tutta l’assemblea, o dal popolo alternativamente con la schola oppure dalla schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, insieme o alternativamente.
Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del Tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in particolari celebrazioni più solenni.

Orazione conclusiva dei riti di introduzione (o colletta)

32. Poi il sacerdote invita il popolo a pregare; e tutti insieme con il sacerdote stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore la preghiera personale. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente "colletta". Per mezzo di essa viene espresso il carattere della celebrazione e con le parole del sacerdote si rivolge la preghiera a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo.
Il popolo, unendosi alla preghiera ed esprimendo il suo assenso, fa sua l’orazione con l’acclamazione Amen.
Nella Messa si dice una sola colletta; la stessa cosa vale anche per l’orazione sulle offerte e dopo la comunione.
La colletta termina con la conclusione lunga, e cioè:
— se è rivolta al Padre: Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli;
— se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell’orazione medesima si fa menzione del Figlio: Egli è Dio (opp. che è Dio) e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli;
— se è rivolta al Figlio: Tu che sei Dio e vivi e regni con Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Invece l’orazione sulle offerte e l’orazione dopo la Comunione hanno la conclusione breve, e cioè:
— se e rivolta al Padre: Per Cristo nostro Signore;
— se e rivolta al Padre, ma verso la fine dell’orazione medesima si fa menzione del Figlio: Egli vive e regna nei secoli dei secoli;
— se e rivolta al Figlio: Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

B) LITURGIA DELLA PAROLA

33. Le letture scelte dalla sacra Scrittura con i canti che le accompagnano, costituiscono la parte principale della Liturgia della Parola; l’omelia, la professione di fede e la preghiera universale o preghiera dei fedeli sviluppano e concludono tale parte. Infatti nelle letture, che vengono poi spiegate nella omelia, Dio parla al suo popolo (31), gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente per mezzo della sua parola, tra i fedeli (32). Il popolo fa propria questa parola divina con i canti e vi aderisce con la professione di fede; così nutrito, prega nell’orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero.

Le letture bibliche

34. Con le letture si offre ai fedeli la mensa della parola di Dio e si aprono loro i tesori della Bibbia (33). Poiché secondo la tradizione l’ufficio di proclamare le letture non spetta al presidente ma ad uno dei ministri, conviene che, d’ordinario, il diacono, o, in sua assenza, un altro sacerdote legga il Vangelo; un lettore invece legga le altre letture. Mancando però il diacono o un altro sacerdote, leggerà il Vangelo lo stesso sacerdote celebrante (34).

35. Alla lettura del Vangelo si deve il massimo rispetto; lo insegna la liturgia stessa, perché la distingue dalle altre letture con particolari onori: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla che si prepara con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono al libro dei Vangeli.

I canti tra le letture

36. Alla prima lettura segue il salmo responsoriale, o graduale, che è parte integrante della Liturgia della Parola. Il salmo, d’ordinario, è preso dal Lezionario, perché ogni testo salmodico è direttamente connesso con la relativa lettura: pertanto la scelta del salmo dipende dalle letture. Nondimeno, perché il popolo più facilmente possa ripetere il ritornello, sono stati scelti alcuni testi comuni di ritornelli e di salmi per diversi tempi dell’anno e per le diverse categorie di santi; questi testi si possono utilizzare al posto di quelli corrispondenti alle letture ogni volta che il salmo viene cantato.
Il salmista o cantore del salmo, canta o recita i versetti del salmo all’ambone o in altro luogo adatto; l’assemblea sta seduta e ascolta, e partecipa di solito con il ritornello, a meno che il salmo non sia cantato o recitato per intero senza ritornello. Se si canta, oltre al salmo designato sul Lezionario, si può utilizzare o il graduale del Graduale romanum, oppure un salmo responsoriale o alleluiatico del Graduale simplex, così come sono indicati in tali libri.

37. Alla seconda lettura segue l’Alleluia o un altro canto, a seconda del tempo liturgico.
a) L’Alleluia si canta in qualsiasi Tempo, tranne che in Quaresima. Può essere iniziato o da tutti, o dalla schola, o da un cantore e, se è il caso, lo si ripete. I versetti si scelgono dal Lezionario oppure dal Graduale.
b) L’altro canto è costituito da un versetto prima del Vangelo, oppure da un altro salmo o tratto, come si trovano nel Lezionario o nel Graduale.

38. Quando vi è una sola lettura prima del Vangelo:
a) nel Tempo in cui si canta l’Alleluia, si può utilizzare o il salmo alleluiatico, oppure il salmo e l’Alleluia con il suo versetto, o solo il salmo o solo l’Alleluia;
b), nel tempo in cui l’Alleluia non si canta, si può eseguire o il salmo o il versetto prima del Vangelo (cioè il canto al Vangelo).

39. Il salmo dopo la lettura, se non viene cantato, deve essere letto ad alta voce; invece l’Alleluia e il versetto prima del Vangelo, se non si cantano, si possono tralasciare.

40. La sequenza è facoltativa, eccetto nei giorni di Pasqua e di Pentecoste.

L’omelia

41. L’omelia fa parte della liturgia ed è molto raccomandata (35): è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Deve essere la spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta (36).

42. Nelle domeniche e nelle feste di precetto si deve tenere l’omelia in tutte le Messe con partecipazione di popolo; non si può omettere senza una ragione grave. Negli altri giorni è raccomandata specialmente nelle ferie di Avvento, di Quaresima e del Tempo pasquale; così pure nelle altre feste e circostanze nelle quali è più numeroso il concorso del popolo alla chiesa (37).
L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante.

La professione di fede

43. Il Simbolo, o professione di fede, nella celebrazione della Messa, ha lo scopo di suscitare nell’assemblea, dopo l’ascolto della parola di Dio nelle letture e nell’omelia, una risposta di assenso, e di richiamare alla mente la regola della fede, prima di incominciare la celebrazione dell’Eucaristia.

44. Il Simbolo deve esser recitato dal sacerdote insieme con il popolo nelle domeniche e nelle solennità; si può dire anche in particolari celebrazioni più solenni.
Se viene cantato, si canti normalmente da tutti o a cori alterni.

La preghiera universale

45. Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo, esercitando la sua funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini. E' conveniente che nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa preghiera, nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i governanti, per coloro che si trovano in necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo (38).

46. La successione delle intenzioni sia ordinariamente questa:
a) per le necessità della Chiesa;
b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c) per quelli che si trovano in difficoltà;
d) per la comunità locale.
Tuttavia in qualche celebrazione particolare, per esempio nella Confermazione, nel Matrimonio, nelle Esequie, la successione delle intenzioni può venire adattata maggiormente alla circostanza particolare.

47. Spetta al sacerdote celebrante guidare la preghiera, invitare, con una breve monizione, i fedeli a pregare, e concludere la preghiera con un’orazione. Sarà bene che le intenzioni siano proposte da un diacono o da un cantore, o da qualche altra persona (39). Tutta l’assemblea esprime la sua preghiera o con un’invocazione comune, dopo che sono state presentate le intenzioni, oppure pregando in silenzio.

C) LITURGIA EUCARISTICA

48. Nell’ultima Cena Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo del quale è reso di continuo presente nella Chiesa il sacrificio della Croce, allorché il sacerdote che rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli perché lo facessero in memoria di lui (40).
Cristo infatti prese il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e li diede ai suoi discepoli, dicendo: "Prendete, mangiate, bevete; questo è il mio Corpo; questo è il calice del mio Sangue. Fate questo in memoria di me". Perciò la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della Liturgia eucaristica in vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti di Cristo. Infatti:
1. Nella preparazione dei doni, vengono portati all’altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani.
2. Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l’opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo.
3. Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli, e per mezzo della comunione i fedeli si cibano del Corpo e del Sangue del Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso.

La preparazione dei doni

49. All’inizio della Liturgia eucaristica si portano all’altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo.
Prima di tutto si prepara l’altare, o mensa del Signore, che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica (41), ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il messale e il calice, se non viene preparato alla credenza.
Poi si portano le offerte: i fedeli — cosa lodevole — presentano il pane e il vino; il sacerdote, o il diacono, in luogo opportuno e adatto, li riceve e li depone sull’altare, recitando le formule prescritte. Quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla liturgia, tuttavia il rito di presentare questi doni conserva il suo valore e il suo significato spirituale.
Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa , portati dai fedeli o raccolti in chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori della mensa eucaristica.

50. Il canto all’offertorio accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull’altare. Le norme che regolano questo canto sono le stesse che per il canto d’ingresso (n. 26). L’antifona di offertorio, se non si canta, viene tralasciata.

51. Si può fare l’incensazione dei doni posti sull’altare stesso, per significare che l’offerta della Chiesa e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio. Dopo l’incensazione dei doni e dell’altare, anche il sacerdote e il popolo possono ricevere l’incensazione dal diacono o da un altro ministro.

52. Quindi il sacerdote si lava le mani; con questo rito si esprime il desiderio di purificazione interiore.

53. Deposte le offerte sull’altare e compiuti i riti che accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i fedeli a unirsi a lui nella preghiera e pronunzia l’orazione sulle offerte: si conclude così la preparazione dei doni e si prelude alla Preghiera eucaristica.

La Preghiera eucaristica

54. A questo punto ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione, vale a dire la Preghiera eucaristica, cioè la preghiera di azione di grazie e di santificazione. Il sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell’azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge al Padre per mezzo di Gesù Cristo. Il significato di questa preghiera è che tutta l’assemblea si unisca insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio.

55. Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica, si possono distinguere come segue:
a) L’azione di grazie (che si esprime specialmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo.
b) L’acclamazione: tutta l’assemblea, unendosi alle creature celesti, canta o recita il Santo (Sanctus). Questa acclamazione, che fa parte della Preghiera eucaristica, è pronunziata da tutto il popolo col sacerdote.
c) L’epiclesi: la Chiesa implora con speciali invocazioni la potenza divina, perché i doni offerti dagli uomini vengano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e perché la vittima immacolata, che si riceve nella comunione, giovi per la salvezza di coloro che vi parteciperanno.
d) Il racconto dell’istituzione e la consacrazione: mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offri il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero.
e) L’anamnesi: la Chiesa , adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli Apostoli, celebra la memoria di Cristo, ricordando soprattutto la sua beata passione, la brio-sa risurrezione e l’ascensione al cielo.
f) L’offerta: nel corso di questa stessa memoria la Chiesa , in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito Santo la vittima immacolata. La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma anche imparino ad offrire se stessi e così portino ogni giorno più a compimento, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti (42).
g) Le intercessioni: in esse si esprime che l’Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa , sia celeste che terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza acquistata per mezzo del Corpo e del Sangue di Cristo.
h) La dossologia finale che esprime la glorificazione di Dio: essa viene ratificata e conclusa con l’acclamazione del popolo. La Preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con rispetto e in silenzio, e vi partecipino con le acclamazioni previste nel rito.

Riti di comunione

56. Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale (43).
A questo mirano la frazione del pane e gli altri riti preparatori che dispongono immediatamente i fedeli alla comunione.
a) La preghiera del Signore (o Padre nostro): in essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico, e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente "i santi doni vengano dati ai santi”. Il sacerdote rivolge l’invito alla preghiera, che tutti i fedeli dicono insieme con lui; ma soltanto il sacerdote vi aggiunge l’embolismo, che il popolo conclude con la dossologia. L’embolismo, sviluppando l’ultima domanda della preghiera del Signore, chiede per tutta la comunità dei fedeli la liberazione dal potere del male.
L’invito (o monizione), la preghiera del Signore, l’embolismo e la dossologia, con la quale il popolo conclude l’embolismo, sì cantano o si dicono ad alta voce.
b) Segue il rito della pace, con il quale i fedeli implorano la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, ed esprimono fra di loro l’amore vicendevole, prima di partecipare all’unico pane.
Le Conferenze Episcopali stabiliranno il modo di compiere questo gesto di pace secondo l’indole e le usanze delle popolazioni.
c) Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima Cena, sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica. Questo rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane di vita, che è Cristo (1 Cor 10,17).
d) L’ immixtio: il celebrante mette nel calice una piccola porzione dell’ostia.
e) Agnello di Dio (Agnus Dei): mentre si compie la frazione del pane e l’immixtio, si canta dalla schola o dal cantore l'invocazione Agnello di Dio (Agnus Dei), alla quale risponde il popolo; oppure la si dice ad alta voce. Si può ripetere questa invocazione quante volte è necessario per accompagnare la frazione del pane. L’ultima invocazione termina con le parole dona a noi la pace (dona nobis pacem).
f) La preparazione personale del sacerdote: il celebrante si prepara con una preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio.
g) Quindi il celebrante mostra ai fedeli il pane eucaristico che sarà ricevuto nella comunione e li invita al banchetto di Cristo; poi insieme con essi esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle parole del Vangelo.
h) Si desidera vivamente che i fedeli ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa, e nei casi previsti, facciano la comunione al calice, perché anche per mezzo dei segni, la comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto (44).
i) Mentre il sacerdote e i fedeli si comunicano, si esegue il canto di comunione; esso ha lo scopo di esprimere mediante l’accordo delle voci l’unione spirituale di coloro che si comunicano, dimostrare la gioia del cuore e rendere più fraterna la processione di coloro che si accostano a ricevere il Corpo di Cristo. Il canto comincia mentre il sacerdote si comunica, e si protrae per un certo tempo, durante la comunione dei fedeli. Se però è previsto che dopo la comunione si eseguisca un inno, il canto di comunione s’interrompa al momento opportuno.
Come canto di comunione si può utilizzare o l’antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l’antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale. Può essere cantato o dalla sola schola, o dalla schola o dal cantore insieme col popolo.
Se invece non si canta, l’antifona di comunione proposta dal Messale viene recitata o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, se no dallo stesso sacerdote dopo che questi si è comunicato, prima di distribuire la comunione ai fedeli.
j) Ultimata la distribuzione della comunione il sacerdote e i fedeli, secondo l’opportunità, pregano per un po’ di tempo in silenzio. Si può anche far cantare da tutta l’assemblea un inno, un salmo o un altro canto di lode.
k) Nell’orazione dopo la comunione, il sacerdote chiede i frutti del mistero celebrato. Il popolo fa sua l’orazione con l’acclamazione Amen.

D) RITI DI CONCLUSIONE

57. I riti di conclusione comprendono:
a) Il saluto e la benedizione del sacerdote, che in alcuni giorni e in certe circostanze si può arricchire e sviluppare con l’"orazione sul popolo" o con un’altra formula più solenne.
b) Il congedo propriamente detto, con il quale si scioglie l’assemblea, perché ognuno ritorni alle sue occupazioni lodando e benedicendo il Signore.

Note

13. Cf PO 5; SC 33.

14. Cf CONC. Trid., sess. XXII, Doctrina de Ss. Missae sacrificio, cap. 1: DS 1 739-1742; Paolo VI, Sollemnis professio fidei, 30.6.1968, n. 24: EV III, 560.

15. Cf SC 7; MF: EV 11, 424; EM 9.

16. Cf SC 56; EM 10.

17. Cf SC 48, 51; DV 21; P0 4.

18. Cf SC 7, 33, 52.

19. Cf SC 33.

20. Cf S. Congr. per il culto divino, Lett. circ. Eucharistiae participationem, 27.4.1973, n. 14: EV IV, 2492.

21. Cf MS 14.

22. Cf SC 26, 27; EM 3d.

23. Cf SC 30.

24. Cf MS 16a.

25. Sermo 336,1: PL 38, 1472.

26. Cf MS 7, 16; Messale Romano, Ordinamento dei canti della Messa, ed. tip. 1972, "Premesse": EV IV, 1669 ss.

27. Cf SC 54; IOE 59; MS 47.

28. Cf SC 30.

29. Cf SC 39.

30. Cf SC 30; MS 17.

31. Cf SC 33.

32. Cf SC 7.

33. Cf SC 51.

34. Cf IOE 50.

35. Cf SC 52.

36. Cf IOE 54.

37. Cf IOE 53.

38. Cf SC 53.

39. Cf IOE 56.

40. Cf SC 47; EM 3a, b.

41. Cf IOE 91; EM 24

42. Cf SC 48; PO 5.

43. Cf EM 12. 33a.

44. Cf EM 31, 32; sulla facoltà di comunicarsi due volte nello stesso giorno: cf CIC, c. 917

 


Capitolo III: UFFICI E MINISTERI NELLA MESSA

 

58. Nell’assemblea, che si riunisce per la Messa , ciascuno ha il diritto e il dovere di recare la sua partecipazione in diversa misura a seconda della diversità di ordine e di compiti (45). Pertanto tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano tutto e soltanto ciò che è di loro competenza (46): così che la stessa disposizione della celebrazione manifesti la Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e ministeri.

I. Uffici e ministeri dell’Ordine sacro

59. Ogni legittima celebrazione dell’Eucaristia è diretta dal vescovo, o personalmente, o per mezzo dei presbiteri suoi collaboratori (47). Quando il vescovo è presente a una Messa con partecipazione di popolo, è bene che presieda lui stesso l’assemblea, e che associ a sé i presbiteri nella celebrazione, per quanto è possibile concelebrando con loro.

Questo si fa non tanto per accrescere la solennità esteriore del rito, ma per esprimere con maggior chiarezza il mistero della Chiesa, sacramento di unità (48)

Se il vescovo non celebra l’Eucaristia, ma ne affida il compito a un presbitero, è bene che sia lui a presiedere la Liturgia della Parola e a impartire la benedizione alla fine della Messa.

60. Anche il sacerdote che nella comunità dei fedeli è insignito del potere derivatogli dall’Ordine sacro di offrire il sacrificio nella persona di Cristo (49), presiede l’assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia ad essa il messaggio della salvezza, si associa il popolo nell’offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e partecipa con essi al banchetto. Pertanto, quando celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo.

61. Tra i ministri ha il primo posto il diacono, il cui ordine già dagli inizi della Chiesa fu tenuto in grande onore. Nella Messa il diacono ha come ufficio proprio: l’annunciare il Vangelo e talvolta predicare la parola di Dio, proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale, servire il sacerdote, distribuire ai fedeli l’Eucaristia, specialmente sotto la specie del vino, ed eventualmente indicare all’assemblea i gesti e gli atteggiamenti da assumere.

II. Ufficio e compito del popolo di Dio

62. Nella celebrazione della Messa i fedeli formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e imparare a offrire se stessi (50). Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione.

Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli, e che perciò tutti sono tra loro fratelli.

Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme.

I fedeli non rifiutino di servire con gioia l’assemblea del popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare nella celebrazione.

63. Tra i fedeli esercita un proprio ufficio liturgico la schola cantorum o "coro", il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti che le son proprie, secondo i vari generi di canto, e promuovere la partecipazione attiva dei fedeli nel canto (51). Quello che si dice della schola cantorum vale anche, con gli opportuni adattamenti, per gli altri musicisti, specialmente per l’organista.

64. È opportuno che vi sia un cantore o maestro di coro per dirigere e sostenere il canto del popolo. Anzi, mancando la schola, è compito del cantore guidare i diversi canti, facendo partecipare il popolo per la parte che gli spetta (52).

III. Uffici particolari

65. L’accolito è istituito per curare il servizio all’altare e aiutare il sacerdote e il diacono. A lui spetta specialmente preparare l’altare e i vasi sacri, e, come ministro straordinario, distribuire l’Eucaristia ai fedeli.

66. Il lettore è istituito per proclamare le letture della sacra Scrittura, eccetto il Vangelo; può anche proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista, recitare il salmo interlezionale.

lì lettore nella celebrazione eucaristica ha un suo ufficio proprio, che deve esercitare lui stesso, anche se sono presenti ministri di ordine superiore.

Perché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore della sacra Scrittura (53), è necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne hanno ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno.

67. È compito del salmista proclamare il salmo, o il canto biblico, tra le letture. Per adempiere convenientemente il suo ufficio, è necessario che il salmista possegga l’arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona dizione.

68. Quanto agli altri ministri, alcuni svolgono determinate funzioni in presbiterio, altri fuori del presbiterio. Fra i primi si annoverano coloro ai quali è stato affidato il compito di distribuire, in qualità di ministri straordinari, la santa Comunione (54), come pure coloro che portano il messale, la croce, i ceri, il pane, il vino, l’acqua e il turibolo.

Fra gli altri ci sono:

a) Il commentatore, che rivolge ai fedeli spiegazioni ed esortazioni per introdurli nella celebrazione e meglio disporli a comprenderla e seguirla. Gli interventi del commentatore siano preparati con cura, siano chiari e sobri. Nel compiere il suo ufficio, il commentatore sta in un luogo adatto davanti ai fedeli, ma non sale all’ambone.

b) Coloro che, in alcune regioni, accolgono i fedeli alla porta della chiesa e li dispongono ai propri posti, e ordinano i movimenti processionali dei fedeli.

c) Coloro che raccolgono le offerte in chiesa.

69. È bene che, soprattutto nelle grandi chiese e nelle comunità importanti, vi sia qualcuno incaricato di predisporre con cura le celebrazioni, e di preparare i ministri a compierle con decoro, ordine e devozione.

70. Tutti i ministeri inferiori a quelli propri del diacono, possono essere esercitati da uomini laici, anche se non ne hanno ricevuta l’istituzione.

Gli uffici che si compiono fuori del presbiterio, possono essere affidati anche alle donne, secondo il prudente giudizio del rettore della chiesa.

Tuttavia la Conferenza Episcopale può permettere che anche una donna ben preparata proclami le letture che precedono il Vangelo e proponga le intenzioni della preghiera universale; spetta poi alla stessa Conferenza precisare il luogo adatto dal quale le donne possono annunciare la parola di Dio nell’assemblea liturgica (55).

71. Se sono presenti più persone che possono esercitare lo stesso ministero, nulla impedisce che si distribuiscano tra loro le varie parti di uno stesso ministero e ciascuno svolga la sua. Per esempio, un diacono può essere incaricato delle parti in canto, e un altro del servizio all’altare; se vi sono più letture, converrà distribuirle tra più lettori, e cosi via.

72. Se nella Messa con partecipazione di popolo vi è un solo ministro, egli può compiere diversi uffici.

73. La preparazione pratica di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune intesa fra tutti coloro che sono interessati rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa, e sentito anche il parere dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente.

Note

45. Cf SC 14, 26.

46. Cf SC 28.

47. Cf LG 26, 28; SC 42.

48. Cf SC 26.

49. Cf PO 2; LG 28.

50. Cf SC 48; EM 12.

51. Cf MS 19.

52. Cf MS 21.

53. Cf SC 24.

54. Cf IC 1.

55. Cf LI 7.

 


Capitolo IV: DIVERSE FORME DI CELEBRAZIONE DELLA MESSA

 

74. Nella Chiesa locale si deve dare il primo posto — lo richiede il suo significato — alla Messa cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri (56) con la partecipazione piena e attiva del popolo santo di Dio. Si ha qui infatti una speciale manifestazione della Chiesa.

75. Grande importanza si deve dare anche alla Messa celebrata con una comunità, specialmente parrocchiale; essa, infatti, soprattutto nella celebrazione comunitaria della domenica, manifesta la Chiesa universale in un momento e in un luogo determinato (57).

76. Tra le Messe celebrate da determinate comunità, particolare importanza ha la Messa conventuale, che è parte dell’Ufficio quotidiano, come pure la Messa della "comunità". E sebbene queste Messe non comportino nessuna forma particolare di celebrazione, tuttavia è quanto mai conveniente che siano celebrate con il canto, e soprattutto con la piena partecipazione di tutti i membri della comunità, sia di religiosi che di canonici. In queste Messe perciò ognuno eserciti la sua funzione secondo l’Ordine o il ministero ricevuto. Anzi, conviene che tutti i sacerdoti non tenuti a celebrare individualmente per l’utilità pastorale dei fedeli, per quanto è possibile concelebrino in queste Messe. Inoltre tutti i sacerdoti membri della comunità, tenuti a celebrare individualmente per il bene pastorale dei fedeli, possono, nello stesso giorno, concelebrare anche la Messa conventuale o di comunità (58)

I. Messa con il popolo

77. Per "Messa con il popolo" si intende quella celebrata con la partecipazione dei fedeli. Conviene, per quanto è possibile, che la celebrazione si svolga con il canto e con un congruo numero di ministri, soprattutto nelle domeniche e feste di precetto (59); si può fare però anche senza canto e con un solo ministro.

78. È bene che un accolito, un lettore e un cantore assistano, di solito, il sacerdote celebrante; è questa la forma "tipica", come verrà chiamata negli articoli seguenti. Però il rito qui descritto prevede la possibilità di usare un numero anche maggiore di ministri.
A qualsiasi forma di celebrazione può prendere parte un diacono, che svolge l’ufficio a lui proprio.

Cose da preparare

79. L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia. Sull’altare, o vicino ad esso, si pongano almeno due, anche quattro, o sei candelieri con i ceri accesi; se celebra il vescovo della diocesi, i candelieri saranno sette. Inoltre, sull’altare, o vicino ad esso, si collochi la croce. I candelieri e la croce si possono portare nella processione di ingresso. Sopra l’altare si può collocare il libro dei Vangeli, distinto dal libro delle altre letture, a meno che non venga portato nella processione di ingresso.

80. Si preparino pure:
a) accanto alla sede del sacerdote: il messale e, se necessario, il libro dei canti;
b) sull’ambone: il lezionario;
c) sopra la credenza: il calice, il corporale, il purificatoio e, secondo l’opportunità, la palla; la patena e le pissidi, se occorrono, con il pane per la comunione del sacerdote, dei ministri e del popolo; le ampolle con il vino e l’acqua, a meno che tutte queste cose non vengano presentate dai fedeli all’offertorio; il piattello per la comunione dei fedeli; inoltre il necessario per lavarsi le mani. Il calice sia ricoperto da un velo, che può essere sempre di colore bianco.

81. In sacrestia, si preparino, secondo le varie forme di celebrazione, le vesti sacre del sacerdote e dei ministri:
a) per il sacerdote: camice, stola e casula;
b) per il diacono: camice, stola e dalmatica; in caso però di necessità o di minor solennità la dalmatica si può omettere;
c) per gli altri ministri: camice o altre vesti legittimamente approvate.
Tutti coloro che indossano il camice usino il cingolo e l’amitto, a meno che non si provveda diversamente.

A) FORMA TIPICA

Riti di introduzione

82. Quando il popolo si è riunito, il sacerdote e i ministri, rivestiti delle vesti sacre, si avviano all’altare, in quest’ordine:
a) il ministro con il turibolo fumigante, se si usa l’incenso;
b) i ministri che, secondo l’opportunità, portano i candelieri con i ceri accesi; in mezzo a loro, eventualmente, un altro ministro con la croce;
c) gli accoliti e gli altri ministri;
d) il lettore, che può portare il libro dei Vangeli; e) il sacerdote celebrante.
Se si usa l’incenso, prima di incamminarsi il sacerdote pone l’incenso nel turibolo.

83. Durante la processione all’altare, si esegue il canto d’ingresso (cf nn. 25-26).

84. Arrivati all’altare, il sacerdote e i ministri fanno la debita riverenza: inchino profondo oppure, se vi è il tabernacolo con il Santissimo Sacramento, genuflessione.
La croce portata in processione viene collocata presso l’altare, o in altro luogo adatto; i candelieri portati dai ministri si depongono accanto all’altare o sopra la credenza; il libro dei Vangeli viene posto sull’altare.

85. Il sacerdote sale all’altare e lo bacia in segno di venerazione. Poi, secondo l’opportunità, lo incensa tutto intorno.

86. Fatto questo, il sacerdote si reca alla sede. Terminato il canto d’ingresso, tutti in piedi, sacerdote e fedeli, fanno il segno della croce. lì sacerdote dice: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti); il popolo risponde: Amen. Poi, rivolto al popolo, e allargando le braccia, il sacerdote lo saluta con una delle formule proposte. Egli stesso, o un altro ministro idoneo può fare una breve introduzione alla Messa del giorno.

87. Dopo l’atto penitenziale, si dicono il Kyrie eleison e il Gloria, secondo le rubriche (nn. 30-3 1). Il Gloria può essere iniziato o dallo stesso celebrante, o dai cantori, o anche da tutti insieme.

88. Quindi il sacerdote invita il popolo alla preghiera, dicendo a mani giunte: Preghiamo (Oremus). E tutti insieme con il sacerdote pregano, per breve tempo, in silenzio. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, dice la colletta; al termine di questa, il popolo acclama: Amen.

Liturgia della Parola

89. Terminata l’orazione, il lettore si reca all’ambone e proclama la prima lettura; tutti l’ascoltano seduti, e alla fine rispondono con l’acclamazione.

90. Dopo la lettura, il salmista o il cantore, o lo stesso lettore, canta o legge il salmo; il popolo vi prende parte con il ritornello (Cf 36).

91. Poi, se c’è una seconda lettura prima del Vangelo, il lettore la proclama all’ambone, come si è detto sopra; tutti siedono e stanno in ascolto, e alla fine rispondono con l’acclamazione.

92. Segue l’Alleluia o un altro canto, secondo il tempo liturgico (Cf nn. 37-39).

93. Mentre si canta l’Alleluia o un altro canto, se si usa l’incenso, il sacerdote lo mette nel turibolo. Quindi, a mani giunte, e inchinato davanti all’altare, dice sottovoce il Purifica il mio cuore (Munda cor meum).

94. Poi se il libro dei Vangeli è sull’altare, Io prende e, preceduto dai ministri, che possono portare l’incenso e i ceri, si reca all’ambone.

95. All’ambone il sacerdote apre il libro e dice: Il Signore sia con voi (Dominus vobiscum), e quindi Dal Vangelo secondo N., (Lectio sancti Evangelii secundum N.), tracciando con il pollice il segno di croce sul libro e sulla propria persona, in fronte, sulla bocca e sul petto. Poi, se si usa il turibolo, incensa il libro. Dopo l’acclamazione del popolo, il sacerdote legge ad alta voce il Vangelo. Terminata la lettura, bacia il libro, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati (Per evangelica dicta deleantur nostra delicta). Al Vangelo segue l’acclamazione del popolo secondo l’uso della regione.

96. Quando manca il lettore, il sacerdote stesso proclama tutte le letture e, se necessario, anche i canti interlezionali, stando all’ambone Quivi, se lo si usa, pone l’incenso nel turibolo e dice, inchinandosi il Purifica il mio cuore (Munda cor meum).

97. L’omelia si tiene alla sede o all’ambone.

98. Il Simbolo (Credo) viene detto dal sacerdote insieme con il popolo (cf n. 44). Nel dire le parole E per opera dello Spirito Santo.., e si è fatto uomo (Et incarnatus est de Spiritu Sancto... et homo factus est), tutti si inchinano; nelle feste dell’Annunciazione (25 marzo) e del Natale del Signore (25 dicembre) tutti genuflettono.

99. Poi si dice la preghiera universale o preghiera dei fedeli; il sacerdote la dirige dalla sede o dall’ambone; il popolo vi partecipa nella parte che gli spetta (Cf nn. 45-47).

Liturgia eucaristica

100. Dopo la preghiera dei fedeli, ha inizio il canto di offertorio (Cf n. 50), mentre i ministri collocano sull’altare il corporale, il purificatoio, il calice e il messale.

101. Sarà bene che la partecipazione dei fedeli si manifesti con l’offerta sia del pane e del vino per la celebrazione dell’Eucaristia, sia di altri doni, per le necessità della Chiesa e dei poveri.
Le offerte dei fedeli sono opportunamente ricevute dal sacerdote aiutato dai ministri e deposte in luogo adatto; invece il pane e il vino per l’Eucaristia si portano all’altare.

102. All’altare il sacerdote riceve dal ministro la patena con il pane, e tenendola con entrambe le mani un po’ sollevata sull’altare, recita la formula prescritta; quindi depone la patena con il pane sopra il corporale.

103. Poi, stando a lato dell’altare, riceve dal ministro l’ampollina, e versa il vino e un po’ d’acqua nel calice, dicendo sottovoce la formula prescritta. Ritornato al centro dell’altare, prende il calice e tenendolo un po’ sollevato con entrambe le mani, dice la formula prescritta; quindi depone il calice sul corporale e, se occorre, lo copre con la palla.

104. Infine, inchinandosi, dice sottovoce: Umili e pentiti (In spiritu humilitatis).

105. Secondo l’opportunità, il sacerdote incensa quindi le offerte e l’altare; a sua volta il ministro incensa il celebrante e il popolo.

106. Dopo la preghiera Umili e pentiti (In spiritu humilitatis) oppure dopo l’incensazione, il sacerdote, stando a lato dell’altare, si lava le mani con l’acqua versatagli dal ministro, dicendo sottovoce la formula prescritta.

107. Ritornato al centro dell’altare, rivolto al popolo, lo invita, anche con il gesto delle mani (allargandole e ricongiungendole) a pregare, dicendo: Pregate, fratelli (Orate fratres). Dopo la risposta del popolo, dice con le braccia allargate, l’orazione sopra le offerte; al termine il popolo acclama: Amen.

108. Quindi il sacerdote inizia la Preghiera eucaristica. Allargando le braccia dice: Il Signore sia con voi (Dominus vobiscum), prosegue dicendo: In alto i nostri cuori (Sursum corda), e intanto innalza le mani; poi, con le braccia aperte, soggiunge: Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio (Gratias agamus Domino Deo nostro). Dopo che il popolo ha risposto: E cosa buona e giusta (Dignum et iustum est), il sacerdote continua il prefazio; e, al termine di esso, a mani giunte, canta o dice ad alta voce insieme con i ministri e il popolo: Santo, santo, santo... (Sanctus...) (Cf n. 55 b).

109. Il sacerdote prosegue la Preghiera eucaristica, secondo le rubriche indicate in ogni formulario della Preghiera stessa. Se il sacerdote celebrante è un vescovo, dopo le parole con il tuo servo il nostro Papa N. (cum famulo tuo Papa nostro N.) soggiunge: con me, indegno tuo servo (et me indigno servo tuo). L’Ordinario del luogo si deve nominare con questa formula:
Con il tuo servo il nostro Papa N. e il nostro vescovo (o vicario, prelato, prefetto, abate) (cum famulo tuo Papa nostro N. et Episcopo nostro vel vicario, prelato, praefecto, abbate). Si possono nominare nella Preghiera eucaristica anche i vescovi coadiutori e ausiliari. Quando si dovessero fare più nomi, si dice con formula generale: e con il nostro vescovo N. e i vescovi suoi collaboratori (cum Episcopo nostro N. et Episcopis cooperatoribus eius) (60). In ogni Preghiera eucaristica tali formule si devono adattare, secondo le esigenze grammaticali.
Poco prima della consacrazione, il ministro avverte, se ne è il caso, i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali.

110. Dopo la dossologia, che conclude la Preghiera eucaristica, il sacerdote, a mani giunte, dice la monizione che precede l’orazione del Signore e recita poi il Padre nostro (Pater noster) a braccia allargate, insieme con il popolo.

111. Al termine del Padre nostro (Pater noster), il sacerdote, sempre con le braccia aperte, dice da solo l’embolismo Liberaci, o Signore (Libera nos), dopo il quale il popolo acclama: Tuo è il regno (Quia tuum est regnum).

112. Quindi il sacerdote, ad alta voce, dice la preghiera: Signore Gesù Cristo (Domine Iesu Christe), poi, con il gesto delle mani (allargandole e ricongiungendole), annuncia la pace, dicendo: La pace del Signore sia sempre con voi (Pax Domini sit semper vobiscum). Il popolo risponde: E con il tuo spirito (Et cum spiritu tuo). Poi, secondo l’opportunità, il sacerdote soggiunge: Scambiatevi un segno di pace (Offerte vobis pacem) e tutti, secondo le consuetudini del luogo, si scambiano vicendevolmente un segno di pace e di amore fraterno. Il celebrante può dare il segno di pace ai ministri.

113. Il sacerdote prende l’ostia, la spezza sopra la patena e ne mette una particella nel calice, dicendo sottovoce: Il Corpo… uniti in questo calice (Haec commixtio). Intanto la schola e il popolo cantano o dicono: Agnello di Dio (Agnus Dei) (Cf n. 56 e).

114. Quindi il sacerdote dice sottovoce la preghiera: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo (Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi), oppure La comunione con il tuo Corpo (Perceptio Corporis et Sanguinis).

115. Terminata la preghiera, genuflette, prende l’ostia e, tenendola alquanto sollevata sopra la patena, rivolto al popolo dice: Beati gli invitati... Ecco l’Agnello di Dio (Beati... Ecce Agnus Dei), e, insieme con il popolo, prosegue: O Signore, non sono degno (Domine non sum dignus), una sola volta.

116. Poi, rivolto all’altare, il sacerdote dice sottovoce: Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna (Corpus Christi custodiat me in vitam aeternam), e con riverenza si ciba del Corpo di Cristo. Quindi prende il calice, dicendo: Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna (Sanguis Christi custodiat me in vitam aeternam), e con riverenza beve il Sangue di Cristo.

117. Prende poi la patena o la pisside e si porta verso i comunicandi. Se la comunione si fa sotto la sola specie del pane, eleva alquanto l’ostia e la presenta a ciascuno di essi dicendo:
Il Corpo di Cristo (Corpus Christi). Questi risponde: Amen, e tenendo il piattello sotto il mento, riceve il Sacramento.

118. Per la comunione sotto le due specie, si segue il rito descritto più oltre (Cf nn. 240-252).

119. Mentre il sacerdote si comunica, si inizia il canto di comunione (Cf n. 56 i).

120. Terminata la distribuzione della comunione, il sacerdote ritorna all’altare e raccoglie i frammenti, se ce ne fossero; poi, stando a lato dell’altare o alla credenza, purifica la patena o la pisside sopra il calice, purifica poi il calice dicendo sottovoce: Il sacramento ricevuto (Quod ore sumpsimus), e lo asterge con il purificatoio. Se i vasi sacri sono stati astersi all’altare, il ministro li porta alla credenza.
I vasi sacri da purificare, soprattutto se fossero molti, si possono anche lasciare, opportunamente ricoperti, sull’altare o alla credenza, sopra il corporale; la purificazione si compie dopo la Messa , una volta congedato il popolo.

121. Compiute le purificazioni, il sacerdote può ritornare alla sede. Si può osservare, per un tempo conveniente, un "sacro silenzio" oppure eseguire un canto di lode o un salmo (cf n. 56j).

122. Poi, alla sede o all’altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice: Preghiamo (Oremus), e, a braccia allargate, dice l’orazione dopo la comunione, alla quale può premettere una breve pausa di silenzio, a meno che sia già stato osservato subito dopo la comunione. Al termine dell’orazione il popolo acclama: Amen.

Riti di conclusione

123. Detta l’orazione dopo la comunione, si possono dare, se occorre, brevi comunicazioni (o avvisi) al popolo.

124. Poi il sacerdote, con il suo consueto gesto delle mani, saluta il popolo, dicendo: Il Signore sia con voi (Dominus vobiscum); a cui si risponde: E con il tuo spirito (Et cum spiritu tuo). E subito il sacerdote soggiunge: Vi benedica Dio onnipotente (Benedicat vos omnipotens Deus), e tracciando con la mano destra il segno della croce verso i fedeli, prosegue: Padre e Figlio e Spirito Santo (Pater et Filius et Spiritus Sanctus). Il popolo risponde: Amen.
In giorni e circostanze particolari, a questa formula di benedizione si premette, secondo le rubriche, un’altra formula, più solenne, oppure la "orazione sul popolo".
Subito dopo la benedizione, il sacerdote, a mani giunte, aggiunge: La Messa è finita: andate in pace (ite Missa est); e tutti rispondono: Rendiamo grazie a Dio (Deo gratias).

125. Infine il sacerdote bacia l’altare in segno di venerazione. Poi, fatta con i ministri la debita riverenza, si ritira.

126. Se alla Messa seguisse un’altra azione liturgica, si tralasciano i riti di conclusione, cioè il saluto, la benedizione e il congedo.

B) MINISTERI DEL DIACONO

127. Se vi è un diacono nell’esercizio del suo ministero, si osservano le norme indicate nel paragrafo precedente, eccetto quanto segue.
In genere il diacono:
a) sta accanto al sacerdote e lo aiuta;
b) all’altare, svolge il suo servizio al calice e al libro;
c) se non è presente nessun altro ministro, egli stesso compie secondo le necessità gli uffici degli altri ministri.

Riti di introduzione

128. Il diacono, rivestito delle vesti sacre, e portando il libro dei Vangeli, precede il sacerdote nella processione verso l’altare, altrimenti sta al suo fianco.

129. Fatta insieme con il sacerdote la debita riverenza all’altare, il diacono vi sale con lui. Depone sulla mensa il libro dei Vangeli e insieme con il sacerdote bacia l’altare in segno di venerazione. Quindi, se si usa l’incenso, assiste il sacerdote nell’infusione dell’incenso nel turibolo e nella incensazione dell’altare.

130. Incensato l’altare, insieme con il sacerdote si reca alla sede; qui rimane accanto al sacerdote, prestandogli servizio secondo le necessità.

 

Liturgia della Parola

131. Mentre si canta l’Alleluia o un altro canto, se si usa il turibolo aiuta il sacerdote nell’infusione dell’incenso, quindi, inchinandosi dinanzi al sacerdote, chiede la benedizione dicendo a bassa voce: Benedicimi, o padre (Iube, domne, benedicere). Il sacerdote lo benedice con la formula: Il Signore sia nel tuo cuore (Dominus sit in corde tuo). Il diacono risponde: Amen. Poi, se il libro dei Vangeli si trova sull’altare, lo prende e va all’ambone: lo precedono, se vi sono, i ministri con i candelieri, e con l’incenso, secondo l’opportunità. Qui saluta il popolo, incensa il libro e proclama il Vangelo. Terminata la lettura, bacia il libro in segno di venerazione, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo (Per evangelica dicta), e ritorna presso il sacerdote. Se invece non si tiene l’omelia né si dice il Credo, può rimanere all’ambone per la preghiera dei fedeli, mentre i ministri ritornano al loro posto.

132. Alla preghiera dei fedeli, dopo l’introduzione del sacerdote, il diacono propone le varie intenzioni, stando all’ambone o in altro luogo adatto.

 

Liturgia eucaristica

133. All’offertorio, mentre il sacerdote rimane seduto alla sede, il diacono prepara l’altare con l’aiuto degli altri ministri; spetta a lui la cura dei vasi sacri. Sta accanto al sacerdote e lo aiuta nel ricevere i doni del popolo. Presenta al sacerdote la patena con il pane da consacrare; versa il vino e un po’ d’acqua nel calice dicendo sottovoce: L’acqua unita al vino (Per huius aquae), e lo presenta poi al sacerdote. Però la preparazione del calice, cioè l’infusione del vino e dell’acqua, la può fare alla credenza. Se si usa l’incenso, assiste il sacerdote nell’incensazione delle offerte e dell’altare, poi lui stesso, o un altro ministro, incensa il sacerdote e il popolo.

134. Durante la Preghiera eucaristica, il diacono sta accanto al sacerdote, ma un po’ indietro, per attendere, quando occorre, al calice e al messale.

135. Alla dossologia finale della Preghiera eucaristica, stando accanto al sacerdote, tiene sollevato il calice, mentre il sacerdote eleva la patena con l’ostia, finché il popolo non abbia acclamato l’Amen.

136. Dopo che il sacerdote ha detto la preghiera per la pace e rivolto l’augurio: La pace del Signore sia sempre con voi (Pax Domini sit semper vobiscum), al quale il popolo risponde: E con il tuo spirito (Et cum spiritu tuo), il diacono, secondo l’opportunità, invita a darsi scambievolmente la pace, dicendo:
Scambiatevi un segno di pace (Offerte vobis pacem). Riceve dal sacerdote la pace, e la può dare agli altri ministri più vicini.

137. Dopo che il sacerdote si è comunicato, il diacono riceve la comunione sotto le due specie, quindi aiuta il sacerdote a distribuire la comunione al popolo. Se la comunione viene data sotto le due specie, porge il calice ai singoli, e beve al calice per ultimo.

138. Compiuta la distribuzione della comunione, il diacono con il sacerdote ritorna all’altare, raccoglie i frammenti, se ve ne fossero, quindi porta alla credenza il calice e gli altri vasi sacri, che purifica e riordina, come di norma, mentre il sacerdote ritorna alla sede.
I vasi sacri da purificare si possono anche lasciare opportunamente ricoperti alla credenza, sopra il corporale; la purificazione si compie dopo la Messa , una volta congedato il popolo.

 

Riti di conclusione

139. Detta l’orazione dopo la comunione, il diacono dà brevemente al popolo le eventuali comunicazioni (o avvisi), a meno che il sacerdote preferisca darli personalmente.

140. Dopo la benedizione del sacerdote, il diacono congeda il popolo dicendo: La Messa è finita: andate in pace (Ite, Missa est).

141. Quindi, insieme con il sacerdote, bacia l’altare in segno di venerazione e, fatta la debita riverenza, ritorna con lui allo stesso modo come era venuto.

C) COMPITI DELL’ACCOLITO

142. Gli uffici che l’accolito può svolgere sono di vario genere, e molti di essi si possono presentare insieme. Conviene distribuire i vari compiti tra più accoliti; se però è presente un solo accolito, svolga lui stesso gli uffici più importanti, e gli altri vengano distribuiti tra i vari ministri.

Riti iniziali

143. Nel rito d’ingresso, l’accolito può portare la croce, affiancato da due ministranti con i ceri accesi. Giunto all’altare, depone la croce presso l’altare stesso e va al suo posto in presbiterio.

144. Durante la celebrazione, è compito dell’accolito accostarsi, all’occorrenza, al sacerdote o al diacono per presentar loro il libro o per aiutarli in tutto ciò che è necessario. Conviene pertanto che, per quanto possibile, occupi un posto dal quale possa svolgere comodamente il suo compito, sia alla sede che all’altare.

Liturgia eucaristica

145. In assenza del diacono, terminata la preghiera universale, mentre il sacerdote rimane alla sede, l’accolito dispone sull’altare il corporale, il purificatoio, il calice e il messale. Quindi aiuta, se necessario, il sacerdote nel ricevere i doni del popolo e, secondo l’opportunità, porta all’altare il pane e il vino e li presenta al sacerdote. Se si usa l’incenso, presenta lui stesso il turibolo al sacerdote, e lo assiste poi nell’incensazione delle offerte e dell’altare.

146. Può, come ministro straordinario, aiutare il sacerdote nella distribuzione della comunione al popolo (61). Se si fa la comunione sotto le due specie, l’accolito presenta il calice ai comunicandi, o tiene lui stesso il calice, se la comunione si dà per intinzione.

147. Terminata la distribuzione della comunione, aiuta il sacerdote o il diacono a purificare e riordinare i vasi sacri. In assenza del diacono, l’accolito porta i vasi sacri alla credenza e lì stesso li purifica e li riordina.

D) COMPITI DEL LETTORE

Riti iniziali

148. Nel rito d’ingresso, il lettore può, in assenza del diacono, portare il libro dei Vangeli: in tal caso, procede davanti al sacerdote; se no, sfila con gli altri ministri.

149. Giunto all’altare e fatta con il sacerdote la debita riverenza, sale all’altare, depone su di esso il libro dei Vangeli e va ad occupare il suo posto in presbiterio con gli altri ministri.

Liturgia della Parola

150. Proclama all’ambone le letture che precedono il Vangelo. In mancanza del salmista, può anche proclamare il salmo responsoriale dopo la prima lettura.

151. In assenza del diacono, dopo l’introduzione del sacerdote, il lettore può suggerire le intenzioni della preghiera universale.

152. Se all’ingresso o alla comunione non si fa un canto, e se le antifone indicate sul messale non vengono recitate dai fedeli, le dice il lettore al tempo dovuto.

II. Messe concelebrate

Premesse

153. La concelebrazione, nella quale si manifesta assai bene l’unità del sacerdozio, del sacrificio e del popolo di Dio, è prescritta dal rito stesso nell’ordinazione del vescovo e dei presbiteri, e nella Messa crismale.
È raccomandata inoltre, a meno che l’utilità dei fedeli non richieda o suggerisca diversamente, nelle occasioni seguenti:
a) il Giovedì della Settimana Santa nella Messa vespertina nella Cena del Signore;
b) nelle Messe celebrate in occasione di Concili, di raduni di vescovi e di Sinodi;
c) nella Messa per la benedizione di un Abate;
d) nella Messa conventuale e nella Messa principale nelle chiese e negli oratori;
e) nelle Messe in occasione di incontri di sacerdoti, siano essi secolari o religiosi (62).

154. Quando vi è un numero considerevole di sacerdoti, il Superiore competente può concedere che la concelebrazione abbia luogo più volte anche nello stesso giorno, ma in tempi successivi, o in luoghi sacri diversi (63).

155. Spetta al vescovo, a norma del diritto, regolare la disciplina della concelebrazione nella sua diocesi, anche nelle chiese e negli oratori dei religiosi esenti (64).

156. Nessuno, mai, venga ammesso a concelebrare a Messa già iniziata (65).

157. Particolare importanza si deve dare a quella concelebrazione, in cui i sacerdoti di una diocesi concelebrano con il proprio vescovo, specialmente nella Messa crismale del Giovedì della Settimana Santa, e in occasione del Sinodo o della visita pastorale. Per lo stesso motivo si raccomanda la concelebrazione tutte le volte che i sacerdoti si radunano insieme con il proprio vescovo, sia in occasione di esercizi spirituali, sia per qualche altro convegno. In tali circostanze viene manifestato in modo più evidente quel segno dell’unità del sacerdozio, come pure della Chiesa stessa, che è proprio di ogni concelebrazione (66).

158. Per motivi particolari, suggeriti o dal significato del rito o dalla solennità della festa, è concesso di celebrare o concelebrare più volte nello stesso giorno nei seguenti casi:
a) al Giovedì della Settimana Santa, chi ha celebrato o concelebrato la Messa crismale, può celebrare o concelebrare anche la Messa vespertina nella Cena del Signore;
b) a Pasqua, chi ha celebrato o concelebrato la prima Messa nella notte può celebrare o concelebrare la seconda Messa di Pasqua;
c) nel Natale del Signore tutti i sacerdoti possono celebrare o concelebrare le tre Messe, purché lo facciano nelle ore corrispondenti;
d) chi in occasione del Sinodo, della visita pastorale o di incontri sacerdotali concelebra col vescovo o con un suo delegato, può di nuovo celebrare, a giudizio del vescovo stesso, per l’utilità dei fedeli (67). La stessa possibilità è data, con gli opportuni adattamenti, anche per le riunioni di religiosi con il proprio Ordinario o con un suo delegato.

159. La Messa concelebrata, in qualunque forma si svolga, si deve ordinare secondo il rito della Messa celebrata individualmente, tenute presenti le norme e le varianti qui sotto indicate.

160. Se alla Messa concelebrata non prendono parte né il diacono né gli altri ministri, i compiti loro propri vengono assolti da alcuni concelebranti.

Riti di introduzione

161. I sacerdoti concelebranti, in sacrestia o in altro luogo adatto, indossano le vesti sacre che indossano abitualmente nella celebrazione individuale. Tuttavia per un ragionevole motivo, come ad esempio un numero notevole di concelebranti e la mancanza di paramenti, i concelebranti, fatta sempre eccezione per il celebrante principale, possono fare a meno della pianeta o casula, e usare soltanto la stola sopra il camice.

162. Preparata a dovere ogni cosa, si fa, come di consueto, la processione attraverso la chiesa fino all’altare. I sacerdoti concelebranti precedono il celebrante principale.

163. Giunti all’altare, i sacerdoti concelebranti e il sacerdote celebrante principale, fanno la debita riverenza, baciano l’altare in segno di venerazione, quindi si recano al posto loro assegnato. Il sacerdote celebrante principale, secondo l’opportunità, incensa l’altare; si reca poi alla sede.

Liturgia della Parola

164. Durante la Liturgia della Parola, i sacerdoti concelebranti stanno al loro posto, e nel sedere e nell’alzarsi si uniformano al sacerdote celebrante principale.

165. L’omelia è tenuta normalmente dal sacerdote celebrante principale o da uno dei sacerdoti concelebranti.

Liturgia eucaristica

166. I riti di offertorio vengono compiuti dal sacerdote celebrante principale; gli altri sacerdoti concelebranti restano al loro posto.

167. Al termine dei riti di offertorio, i sacerdoti concelebranti si avvicinano all’altare disponendosi attorno ad esso, in modo però da non intralciare lo svolgimento dei riti, e permettere ai fedeli di vedere bene l’azione sacra, e al diacono di avvicinarsi facilmente all’altare per svolgere il suo ministero.

Modo di dire la Preghiera eucaristica

168. Il prefazio vien detto dal solo sacerdote celebrante principale; il Santo (Sanctus) viene cantato o recitato da tutti insieme con il popolo e la schola.

169. Terminato il Santo (Sanctus), i sacerdoti concelebranti proseguono la recita della Preghiera eucaristica, nel modo indicato più sotto. Soltanto il sacerdote celebrante principale compie i gesti, salvo indicazioni in contrario.

170. Nella preghiera eucaristica, le parti da recitarsi in comune devono essere pronunziate dai sacerdoti concelebranti a voce sommessa, in modo che si distingua chiaramente la voce del sacerdote celebrante principale. In tal modo la Preghiera è più facilmente intesa dal popolo.

a) Preghiera eucaristica I o Canone romano

171. Il sacerdote celebrante principale da solo, con le braccia allargate, dice il Padre clementissimo (Te igitur).

172. Il ricordo dei vivi Ricordati, Signore (Memento Domine) e il In comunione con tutta la Chiesa (Communicantes), si possono affidare all’uno o all’altro dei sacerdoti concelebranti, che recita queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.

173. Di nuovo il sacerdote celebrante principale, da solo, con le braccia allargate, dice l’Accetta con benevolenza, o Signore (Hanc igitur).

174. Tutti i sacerdoti concelebranti recitano insieme tutte le formule dal Santifica, o Dio (Quam oblationem) fino al Ti supplichiamo (Supplices), con queste modalità:
a) Santifica, o Dio (Quam oblationem): con le mani stese verso le offerte;
b) La vigilia della sua passione (Qui pridie) e Dopo la cena (Simili modo): a mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice i sacerdoti concelebranti sollevano lo sguardo verso di essi, e poi si inchinano profondamente;
d) In questo sacrificio (Unde et memores) e Volgi sulla nostra offerta (Supra quae): con le braccia allargate;
e) Ti supplichiamo, Dio onnipotente (Supplices): stando inchinati e a mani giunte fino alle parole: perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare (ex hac altaris partecipatione); poi, eretti, i sacerdoti concelebranti fanno il segno di croce alle parole: scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo (omni benedictione caelesti et gratia repleamur).

175. Il Memento dei morti e Anche a noi, tuoi ministri, peccatori (Nobis quoque peccatoribus), si possono affidare all’uno o all’altro dei sacerdoti concelebranti, che recita queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.

176. Alle parole Anche a noi, tuoi ministri, peccatori (Nobis quoque peccatoribus), tutti i sacerdoti concelebranti si battono il petto.

177. Il sacerdote celebrante principale, da solo, dice: Per Cristo, nostro Signore, tu, o Dio (Per quem haec omnia).

178. In questa Preghiera eucaristica, i testi dal Santifica, o Dio (Quam oblationem) al Ti supplichiamo (Supplices) incluso, come pure la dossologia finale si possono eseguire in canto.

b) Preghiera eucaristica II

179. Il sacerdote celebrante principale, da solo, con le braccia allargate dice il Padre veramente santo (Vere sanctus).

180. Tutti i sacerdoti concelebranti recitano insieme tutte le formule da Santifica questi doni (Haec ergo dona) fino a Ti preghiamo umilmente (Et supplices), come segue:
a) Santifica questi doni (Haec ergo dona): con le mani stese verso le offerte;
b) Egli offrendosi liberamente (Qui cum passioni) e Dopo la cena (Simili modo): a mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice i sacerdoti concelebranti sollevano lo sguardo verso di essi, e poi si inchinano profondamente;
d) Celebrando il memoriale (Memores igitur) e Ti preghiamo umilmente (Et supplices): con le braccia allargate.

181. Le intercessioni per i vivi: Ricordati, Padre (Recordare, Domine) e per i defunti: Ricordati dei nostri fratelli (Memento etiam fratrum nostrorum), si possono affidare all’uno o all’altro dei sacerdoti concelebranti, che recita queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.

182. I testi: Egli, offrendosi alla sua passione (Qui cum passioni). Allo stesso modo (Simili modo). Celebrando il memoriale (Memores igitur), come pure la dossologia finale di questa Preghiera eucaristica si possono eseguire in canto.

c) Preghiera eucaristica III

183. Il sacerdote celebrante principale, da solo, con le braccia allargate, dice il Padre veramente santo (Vere sanctus).

184. Tutti i sacerdoti concelebranti recitano insieme tutte le formule Ora ti preghiamo umilmente (Supplices ergo te, Domine), fino a Guarda con amore (Respice, quaesumus), come segue:
a) Ora ti preghiamo umilmente (Supplices ergo te, Domine): con le mani stese verso le offerte;
b) Nella notte in cui fu tradito (Ipse enim in qua nocte tradebatur) e Dopo la cena (Simili modo): a mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice i sacerdoti concelebranti sollevano lo sguardo verso di essi e poi si inchinano profondamente;
d) Celebrando il memoriale (Memores igitur) e Guarda con amore (Respice, quaesumus): con le braccia allargate.

185. Le intercessioni: Egli faccia di noi (Ipse nos) e Per questa vittima della nostra riconciliazione (Haec hostia nostrae reconciliationis) si possono affidare all’uno o all’altro dei sacerdoti concelebranti, che recita queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.

186. I testi: Nella notte (Ipse enim), Dopo la cena allo stesso modo (Simili modo), Celebrando il memoriale (Memores igitur), come pure la dossologia finale di questa Preghiera eucaristica, si possono eseguire in canto.

d) Preghiera eucaristica IV

187. Il sacerdote celebrante principale, da solo, con le braccia allargate, dice: Noi ti lodiamo, Padre santo (confitemur tibi, Pater sancte), fino a: E compiere ogni santificazione (omnem sanctificationem compleret).

188. Tutti i sacerdoti concelebranti recitano insieme tutte le formule da: Ora ti preghiamo, Padre (Quaesumus igitur, Domine), fino a Guarda con amore (Respice, Domine), come segue:
a) Ora ti preghiamo, Padre (Quaesumus igitur, Domine): con le mani stese verso le offerte;
b) Egli, venuta l’ora (Ipse enim, cum hora venisset), Allo stesso modo (Simili modo): a mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla presentazione al popolo dell’ostia consacrata e del calice, i sacerdoti concelebranti sollevano lo sguardo verso di essi, e poi si inchinano profondamente;
d) In questo memoriale (Unde et nos) e Guarda con amore (Respice, Domine): con le braccia allargate.

189. Le intercessioni: Ora, Padre, ricordati (Nunc ergo, Domine) si possono affidare a uno dei sacerdoti concelebranti, che recita queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.

190. I testi: Egli, venuta l’ora (Ipse enim), Allo stesso modo (Simili modo), In questo memoriale (Unde et nos), come pure la dossologia finale di questa Preghiera eucaristica, si possono eseguire in canto.

Dossologia finale

191. La dossologia finale della Preghiera eucaristica viene recitata dal solo celebrante principale, oppure da tutti i concelebranti insieme con lui.

Riti di comunione

192. Quindi il sacerdote celebrante principale dice, a mani giunte, la monizione prima della preghiera del Signore poi, con le braccia allargate, recita il Padre nostro (Pater noster) insieme con gli altri sacerdoti concelebranti e con il popolo.

193. Il sacerdote celebrante principale, da solo, con le braccia allargate, prosegue: Liberaci, o Signore, da tutti i mali (Libera, nos). Al termine, tutti i sacerdoti concelebranti insieme con il popolo acclamano: Tuo è il regno (Quia tuum est regnum).

194. Dopo l’invito del diacono o di uno dei sacerdoti concelebranti: Scambiatevi un segno di pace (Offerte vobis pacem), tutti si scambiano tra loro la pace. Coloro che sono più vicini al sacerdote celebrante principale ricevono da lui la pace prima del diacono.

195. Mentre si canta o si dice l’Agnello di Dio (Agnus Dei), alcuni dei sacerdoti concelebranti possono aiutare il sacerdote celebrante principale nello spezzare le ostie per la comunione dei sacerdoti concelebranti e del popolo.

196. Compiuta la immixtio, soltanto il sacerdote celebrante principale recita sottovoce la preghiera: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo (Domine Jesu Christe, Fili Dei vivi) oppure La comunione con il tuo Corpo e il tuo Sangue (Perceptio Corporis et Sanguinis).

197. Terminata l’orazione prima della comunione, il sacerdote celebrante principale genuflette e si scosta un poco dall’altare. I sacerdoti concelebranti uno dopo l’altro si accostano all’altare, genuflettono, prendono con devozione il Corpo di Cristo e, tenendo la mano sinistra sotto la destra, ritornano al loro posto. I sacerdoti concelebranti possono anche rimanere al loro posto e prendere il Corpo di Cristo dalla patena presentata ai singoli dal sacerdote celebrante principale o da uno o più sacerdoti concelebranti; possono anche passarsi l’un l’altro la patena.

198. Poi il sacerdote celebrante principale prende l’ostia e, tenendola un po’ sollevata sopra la patena, rivolto al popolo dice: Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio (Beati... Ecce Agnus Dei) e prosegue insieme con i sacerdoti concelebranti e il popolo, dicendo: O Signore, non sono degno (Domine, non sum dignus).

199. Quindi il sacerdote celebrante principale, rivolto verso l’altare, dice sottovoce: Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna (Corpus Christi custodiat me in vitam aeternam), e devotamente si comunica al Corpo di Cristo. Allo stesso modo si comunicano i sacerdoti concelebranti. Dopo di loro il diacono riceve dal sacerdote celebrante principale il Corpo del Signore.

200. La comunione al Sangue di Cristo si può fare o bevendo direttamente dal calice, o con la cannuccia o il cucchiaino, o anche per intinzione.

201. Se si fa la comunione direttamente al calice, si può fare in uno di questi modi:
a) il sacerdote celebrante principale prende il calice, dicendo sottovoce: Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna (Sanguis Christi custodiat me in vitam aeternam) e beve al calice, che consegna poi al diacono o a un sacerdote concelebrante; quindi distribuisce la comunione ai fedeli, oppure ritorna alla sede. I sacerdoti concelebranti, uno dopo l’altro, oppure a due a due, se vi sono due calici, si accostano all’altare, bevono al calice e ritornano al loro posto. Il diacono o un sacerdote concelebrante deterge il calice con il purificatoio dopo la comunione di ognuno dei sacerdoti concelebranti.
b) Il sacerdote celebrante principale, stando in mezzo all’altare, fa la comunione al Sangue del Signore nel modo consueto. I sacerdoti concelebranti possono rimanere al loro posto, e far la comunione al Sangue del Signore bevendo al calice che viene loro presentato dal diacono o da uno dei sacerdoti concelebranti; oppure anche passandosi il calice l’un l’altro. Il labbro del calice viene sempre asterso o da chi lo presenta ai singoli, o da colui che beve. Dopo essersi comunicato, ognuno ritorna al suo posto.

202. Se la comunione viene fatta con la cannuccia, si svolge in questo modo:
Il sacerdote celebrante principale prende la cannuccia, dicendo: Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna (Sanguis Christi custodiat me in vitam aeternam), beve il Sangue del Signore e immediatamente purifica la cannuccia sorseggiando un po’ d’acqua da un recipiente a suo tempo collocato sull’altare, e depone la cannuccia su un’apposita patena. Quindi il diacono, o uno dei sacerdoti concelebranti, colloca opportunamente il calice o in mezzo all’altare oppure al lato destro del medesimo, sopra un altro corporale. Vicino al calice si pone anche un recipiente con l’acqua per la purificazione delle cannucce, e una patena sopra la quale vengono deposte le cannucce.
I sacerdoti concelebranti, uno dopo l’altro, si accostano all’altare, prendono la cannuccia e bevono il Sangue del Signore, quindi purificano la cannuccia sorseggiando un po’ d’acqua e depongono la cannuccia sopra l’apposita patena.

203. Se la comunione al calice viene fatta con un cucchiaino, si svolge come la comunione con la cannuccia; si faccia però attenzione a deporre, dopo la comunione, il cucchiaino in un apposito recipiente con acqua che, finita la comunione, l’accolito porta a una credenza, per lavarvi e asciugarvi tutti i cucchiaini.

204. Per ultimo viene il diacono. Dopo essersi comunicato al Sangue del Signore, beve il Sangue rimasto; porta poi il calice alla credenza, dove lui stesso o l’accolito compie la purificazione, asterge il calice e lo riordina come di consueto.

205. La comunione dei sacerdoti concelebranti può anche essere ordinata in modo che la comunione al Corpo e, subito dopo, al Sangue del Signore, venga fatta dai singoli all’altare.
In questo caso, il sacerdote celebrante principale si comunica sotto le due specie, come quando celebra la Messa da solo, attenendosi tuttavia al rito scelto nei singoli casi per la comunione al calice: rito al quale devono conformarsi tutti gli altri sacerdoti concelebranti.
Dopo che il sacerdote celebrante principale si è comunicato, il calice viene deposto verso il lato destro dell’altare, sopra un altro corporale. I sacerdoti concelebranti, uno dopo l’altro, si portano al centro dell’altare, genuflettono e si comunicano al Corpo del Signore; successivamente, al lato destro dell’altare, si comunicano al Sangue del Signore, secondo il rito adottato per la comunione al calice, come è detto sopra. La comunione del diacono e la purificazione del calice si svolgono secondo le modalità sopra indicate.

206. Se la comunione dei sacerdoti concelebranti si fa per intinzione, il sacerdote celebrante principale si comunica al Corpo e al Sangue del Signore nel modo consueto, facendo però attenzione a lasciare nel calice una quantità sufficiente per la comunione dei sacerdoti concelebranti. Poi il diacono, oppure uno dei sacerdoti concelebranti, dispone opportunamente il calice, o in mezzo all’altare o sul lato destro (sopra un altro corporale) insieme con la patena che contiene le ostie. I sacerdoti concelebranti, uno dopo l’altro, si accostano all’altare, genuflettono, prendono l’ostia, la intingono nel calice e, tenendo la patena sotto il mento, si comunicano; ritornano poi al loro posto, come all’inizio della Messa.
Il diacono riceve la comunione per intinzione da un sacerdote concelebrante e risponde Amen quando questi dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo (Corpus et Sanguis Christi).
Quindi il diacono, all’altare, beve quanto è rimasto nel calice, poi lo porta alla credenza dove egli stesso o l’accolito compie la purificazione, asterge il calice e lo riordina come di consueto.

Riti di conclusione

207. Il sacerdote celebrante principale compie i riti di conclusione nel modo consueto, mentre i sacerdoti concelebranti rimangono al loro posto.

208. Prima di allontanarsi, i sacerdoti concelebranti fanno all’altare la debita riverenza. Il sacerdote celebrante principale bacia l’altare in segno di venerazione.

III. Messa senza il popolo

Premesse

209. Si tratta della Messa celebrata dal sacerdote, con la sola presenza di un ministro, che gli risponde.

210. Questa Messa segue in generale il Rito della Messa con il popolo; il ministro pronunzia eventualmente le parti che spettano al popolo.

211. Non si celebri la Messa senza la partecipazione di almeno qualche fedele o di un ministro, se non per un motivo giusto e ragionevole; in questo caso, si tralasciano tutti i saluti e si omette la benedizione al termine della Messa.

212. Prima della Messa si prepara il calice sopra la credenza Vicino all’altare, oppure sull’altare; il messale invece viene collocato al lato sinistro dell’altare.

Riti di introduzione

213. Il sacerdote, dopo la debita riverenza all’altare, fa il segno di croce dicendo: Nel nome del Padre (In nomine Patris); rivolgendosi al ministro, lo saluta con una delle formule proposte e, sempre ai piedi dell’altare, compie l’atto penitenziale.

214. Sale poi all’altare e lo bacia in segno di venerazione; quindi si porta al messale, al lato sinistro dell’altare, dove rimane sino al termine della preghiera universale (o preghiera dei fedeli).

215. Legge l’antifona d’ingresso e dice il Kyrie, e il Gloria secondo le rubriche.

216. Poi, a mani giunte, dice Preghiamo (Oremus) e, dopo una conveniente pausa, recita, con le braccia allargate, la colletta, al termine della quale il ministro risponde: Amen.

Liturgia della Parola

217. Dopo la colletta, il ministro oppure il sacerdote medesimo legge la prima lettura e il salmo e, quando si deve dire, la seconda lettura e il versetto alleluiatico, o un altro canto.

218. Quindi, rimanendo nello stesso posto, il sacerdote, inchinandosi, recita il Purifica il mio cuore (Munda cor meum) e legge il Vangelo. Alla fine bacia il libro in segno di venerazione, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo (Per evangelica dicta), e il ministro risponde con l’acclamazione.

219. Il sacerdote recita poi, secondo le rubriche, il Simbolo (Credo) insieme con il ministro.

220. Segue la preghiera universale, che si può dire anche in questa Messa. Il sacerdote formula le intenzioni, e il ministro risponde.

Liturgia eucaristica

221. Il ministro depone sull’altare il corporale, il purificatoio e il calice, a meno che non vi siano già stati posti all’inizio della Messa.

222. Si depongono pane e vino sull’altare, dopo aver fatto l'infusione dell’acqua, nel modo indicato nella Messa con il popolo, recitando le formule indicate nel Rito della Messa. Quindi il sacerdote si lava le mani, stando a lato dell’altare, mentre il ministro versa l’acqua.

223. Il sacerdote dice l’orazione sulle offerte e la Preghiera eucaristica attenendosi ai riti descritti nella Messa con il popolo.

224. La preghiera del Signore Padre nostro (Pater noster) con il suo embolismo si recita come nella Messa con il popolo.

225. Dopo l’acclamazione al termine dell’embolismo, il sacerdote dice la preghiera: Signore Gesù Cristo, che hai detto (Domine Iesu Christe, qui dixisti); quindi soggiunge: La pace del Signore sia sempre con voi (Pax Domini sit semper vobiscum), e il ministro risponde: E con il tuo spirito (Et cum spiritu tuo). Se lo ritiene opportuno, il sacerdote offre la pace al ministro.

226. Quindi, mentre dice l’Agnello di Dio (Agnus Dei) insieme con il ministro, il sacerdote spezza l’ostia sopra la patena. Terminato l’Agnello di Dio (Agnus Dei), compie l’immixtio dicendo sottovoce: Il Corpo... uniti in questo calice (Haec commixtio).

227. Dopo l’immixtio, il sacerdote dice la preghiera Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo (Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi), oppure La comunione con il tuo Corpo (Perceptio Corporis et Sanguinis); quindi genuflette, prende l’ostia e, se il ministro fa la comunione, si volta verso di lui: tenendo l’ostia un po’ sollevata sopra la patena dice: Beati... Ecco l’Agnello di Dio (Beati... Ecce Agnus Dei) e recita con lui, una sola volta: O Signore, non sono degno (Domine, non sum dignus). Rivolto poi verso l’altare, si comunica al Corpo di Cristo.
Se invece il ministro non si comunica, il sacerdote prende l’ostia e, stando rivolto all’altare, dice, una volta sola, sottovoce: O Signore, non sono degno (Domine, non sum dignus), e si comunica al Corpo del Signore. La comunione al Sangue di Cristo si fa nel modo descritto nel Rito della Messa con il popolo.

228. Prima di dare la comunione al ministro, il sacerdote legge l’antifona alla comunione.

229. La purificazione del calice si fa a lato dell’altare. Poi il calice può essere portato dal ministro sulla credenza o anche lasciato sull'altare, come all’inizio.

230. Dopo aver purificato il calice, il sacerdote può fare una pausa di silenzio; poi dice l’orazione dopo la comunione.

Riti di conclusione

231. I riti di conclusione si svolgono come nella Messa con il popolo; si tralascia però il congedo: La Messa è finita: andate in pace (Ite, Missa est).

IV. Alcune norme di carattere generale per tutte le forme di Messa

Venerazione dell’altare e del libro dei Vangeli

232. Secondo l’uso tramandato nella Liturgia, la venerazione all’altare e al libro dei Vangeli si esprime con il bacio. Qualora però questo gesto simbolico non corrispondesse pienamente alle tradizioni e alla cultura di una determinata regione, spetta alla Conferenza Episcopale determinare un gesto che sostituisca il bacio, informandone la Sede Apostolica.

Genuflessione e inchino

233. Durante la Messa si fanno tre genuflessioni: dopo la presentazione al popolo dell’ostia, dopo la presentazione del calice e prima della comunione. Ma se nel presbiterio ci fosse il tabernacolo con il SS. Sacramento, si genuflette anche prima e dopo la Messa , e tutte le volte che si passa davanti al tabernacolo.

234. Vi sono due specie di inchino: del capo e del corpo:
a) L’inchino del capo si fa quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; al nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del santo in onore del quale si celebra la Messa.
b) L’inchino di tutto il corpo, o inchino profondo, si fa: all’altare, se non vi è il tabernacolo con il SS. Sacramento; mentre si dicono le preghiere Purifica il mio cuore (Munda cor meum) e Umili e pentiti (In spiritu humilitatis); nel Simbolo (Credo) alle parole: E per opera dello Spirito Santo (Et incarnatus est); nel Canone romano, alle parole: Ti supplichiamo, Dio onnipotente (Supplices te rogamus).
Il diacono compie lo stesso inchino mentre chiede la benedizione prima di proclamare il Vangelo. Inoltre il sacerdote, alla consacrazione, si inchina leggermente mentre proferisce le parole del Signore.

L’incensazione

235. L’uso dell’incenso in qualsiasi forma di Messa è facoltativo. Si può usare l’incenso:
a) durante la processione d’ingresso;
b) all’inizio della Messa, per incensare l’altare;
e) alla processione e alla proclamazione del Vangelo;
d) all’offertorio, per incensare le offerte, l’altare, il sacerdote e il popolo;
e) alla presentazione al popolo dell’ostia e del calice dopo la consacrazione.

236. Il sacerdote mette l’incenso nel turibolo e lo benedice tracciando un segno di croce, senza nulla dire.
L’incensazione dell’altare si svolge in questo modo:
a) Se l’altare è separato dalla parete, il sacerdote lo incensa girandogli intorno.
b) Se l’altare è addossato alla parete, il sacerdote lo incensa passando prima la parte destra dell’altare, poi la sinistra.
La croce, se è sopra l’altare o accanto ad esso, viene incensata prima dell’altare; se invece si trova dietro l’altare, viene incensata quando il sacerdote le passa davanti.

La purificazione

237. Ogni volta che qualche frammento di ostia rimane attaccato alle dita, soprattutto dopo la frazione o dopo la comunione dei fedeli, il sacerdote asterge le dita sulla patena, oppure, se necessario, lava le dita stesse. Così pure raccoglie eventuali frammenti fuori della patena.

238. I vasi sacri vengono purificati dal sacerdote, dal diacono o dall’accolito possibilmente alla credenza, dopo la comunione, oppure dopo la Messa. La purificazione del calice si fa con acqua e vino, oppure soltanto con acqua, che poi quello che purifica beve. La patena si asterge normalmente con il purificatolo.

239. Se un’ostia o una particola scivolasse via, si raccolga con rispetto; se poi si versasse qualche goccia del Sangue del Signore, si lavi il luogo con acqua, e l’acqua si versi nel sacrario.

La comunione sotto le due specie

240. La santa comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se vien fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico, e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre (68).

241. I pastori d’anime si facciano un dovere di ricordare, nel modo più adatto, ai fedeli che partecipano al rito o che vi assistono, la dottrina cattolica riguardo alla forma della comunione, secondo il Concilio di Trento. In particolare ricordino ai fedeli quanto insegna la fede cattolica: che, cioè, anche sotto una sola specie si riceve il Cristo tutto intero e il Sacramento in tutta la sua verità; di conseguenza, per quanto riguarda i frutti della comunione, coloro che ricevono una sola specie, non rimangono privi di nessuna grazia necessaria alla salvezza (69).
Inoltre insegnino che nell’amministrazione dei Sacramenti, salva la loro sostanza, la Chiesa ha il potere di determinare o cambiare ciò che essa ritiene più conveniente per la venerazione dovuta ai Sacramenti stessi e per l’utilità di coloro che li ricevono, secondo la diversità delle circostanze, dei tempi e dei luoghi (70).
Nello stesso tempo però esortino i fedeli perché partecipino più intensamente al sacro rito, nella forma in cui è posto in maggior evidenza il segno del banchetto.

242. Secondo il giudizio dell’Ordinario, e previa una conveniente catechesi, si concede la comunione al calice nei casi seguenti (71):
1. ai neofiti adulti, nella Messa che segue il loro Battesimo; ai cresimati adulti, nella Messa della loro Confermazione; ai battezzati che vengono accolti nella comunione della Chiesa;
2. agli sposi, nella Messa del loro Matrimonio;
3. ai diaconi, nella Messa della loro Ordinazione;
4. alla badessa, nella Messa della sua benedizione; alle vergini, nella Messa della loro consacrazione; ai professi (di ambo i sessi) e ai loro genitori, parenti e confratelli nella Messa in cui emettono per la prima volta i voti religiosi, o li rinnovano, o fanno la professione perpetua;
5. a coloro che ricevono un ministero, nella Messa della loro istituzione; ai coadiutori missionari laici, nella Messa in cui sono ufficialmente mandati, e a quanti altri ricevono durante la Messa una missione da parte della Chiesa;
6. a un infermo, e a tutti coloro che lo assistono, nell’amministrazione del Viatico, quando si celebra la Messa nell’abitazione del malato;
7. al diacono e ai ministri che esercitano il loro ufficio nella Messa;
8. nella Messa concelebrata:
a) a tutti coloro che nella concelebrazione stessa svolgono un vero ufficio liturgico, e a tutti gli alunni dei seminari che vi prendono parte;
b) nelle loro chiese, anche a tutti i membri degli Istituti che professano i consigli evangelici; ai membri delle altre Società, che si consacrano a Dio con i voti religiosi, o una oblazione o una promessa; inoltre a tutti coloro che vivono giorno e notte nella casa dei membri di quegli Istituti e di quelle Società;
9. ai sacerdoti che prendono parte a grandi celebrazioni e non possono celebrare o concelebrare;
10. a tutti coloro che prendono parte agli esercizi spirituali, nella Messa che, durante questi esercizi, viene celebrata per loro, e alla quale essi partecipano attivamente; a tutti coloro che prendono parte a una riunione pastorale nella Messa celebrata in forma comunitaria;
11. alle persone di cui ai nn. 2 e 4, nella Messa del loro giubileo;
12. al padrino, alla madrina, ai genitori e al coniuge nonché ai catechisti laici del battezzato adulto, nella Messa della sua iniziazione cristiana;
13. ai genitori, ai familiari, ai benefattori insigni, che partecipano alla Messa di un sacerdote novello;
14. ai membri delle comunità, nella Messa conventuale o di "comunità", a norma del n. 76.
Inoltre le Conferenze Episcopali possono stabilire modalità, motivazioni e condizioni in base alle quali gli Ordinari possano concedere la comunione sotto le due specie anche in altri casi di grande importanza, per la vita spirituale di una comunità o di un gruppo di fedeli.
Entro questi limiti, gli Ordinari possono indicare i casi particolari, a condizione però che la concessione non sia indiscriminata, che le celebrazioni siano ben precisate e le esorbitanze diffidate; si dovranno inoltre evitare le occasioni di un gran numero di comunicandi. I gruppi poi che fruiscono di questa facoltà siano ben determinati, disciplinati e omogenei.

243. Per distribuire la comunione sotto le due specie, si devono preparare:
a) se la comunione al calice si fa con la cannuccia, cannucce d’argento per il sacerdote e per i singoli comunicandi, inoltre un recipiente con acqua per purificare le cannucce e una patena per deporvele;
b) un cucchiaino, se col cucchiaino viene somministrato il Sangue del Signore;
c) se la comunione sotto le due specie viene distribuita per intinzione, ostie né troppo sottili nè troppo piccole, ma un poco più consistenti del solito perché si possano convenientemente distribuire, dopo averle intinte parzialmente nel Sangue del Signore.

1. Rito della comunione sotto le due specie bevendo direttamente dal calice

244. Se vi è presente il diacono o un altro sacerdote o un accolito:
a) Il sacerdote celebrante si comunica al Corpo e al Sangue del Signore come al solito, facendo in modo che nel calice rimanga una quantità sufficiente per coloro che riceveranno la comunione; asterge poi l’esterno del calice con il purificatoio.
b) Il sacerdote consegna al ministro il calice e il purificatoio; prende poi la patena o la pisside con le ostie; quindi il sacerdote e il ministro del calice si portano dove possono più comodamente dare la comunione ai fedeli.
c) I comunicandi si avvicinano a uno a uno, fanno la debita riverenza, e si portano davanti al sacerdote, il quale presenta a ciascuno l’ostia, dicendo: Il Corpo di Cristo (Corpus Christi); il comunicando risponde: Amen, e riceve dal sacerdote il Corpo del Signore.
d) Quindi il comunicando si porta davanti al ministro, il quale, a sua volta, dice: Il Sangue di Cristo (Sanguis Christi); il comunicando risponde: Amen, e, per comodità, egli stesso con le sue mani accosta alle labbra il calice, che gli viene presentato dal ministro; beve e restituisce al ministro, che asterge con il purificatoio il labbro esterno del calice.
e) Terminata la comunione al calice, il ministro depone il calice sull’altare. Il sacerdote distribuisce la comunione agli altri fedeli che eventualmente la ricevono sotto una sola specie; e poi torna all’altare, dove egli stesso, o il ministro, beve il resto del vino consacrato e fa le purificazioni come di consueto.

245. Se non è presente il diacono, né un altro sacerdote, né un accolito:
a) Il sacerdote si comunica al Corpo e al Sangue del Signore come al solito, facendo in modo che nel calice rimanga una quantità sufficiente per coloro che riceveranno la comunione; asterge poi l’esterno del calice con il purificatoio.
b) Quindi il sacerdote si porta dove può dare più comodamente la comunione e distribuisce nel modo consueto il Corpo del Signore a ognuno dei fedeli che si comunicano sotto le due specie; questi si avvicinano e, facendo la debita riverenza, vanno davanti al sacerdote, dal quale ricevono il Corpo del Signore, poi si spostano alquanto.
c) Dopo che i singoli comunicandi hanno ricevuto il Corpo del Signore, il sacerdote depone la pisside sopra l’altare e prende il calice con il purificatoio. Quelli che devono comunicarsi al calice, a uno a uno si portano di nuovo davanti al sacerdote, il quale dice: Il Sangue di Cristo (Sanguis Christi); il comunicando risponde: Amen, e, per comodità, egli stesso con le sue mani accosta alle labbra il calice, che gli viene presentato dal sacerdote; beve e restituisce al sacerdote, che asterge con il purificatoio il labbro esterno del calice.
d) Terminata la comunione al calice, il sacerdote depone il calice sull’altare e, se vi fossero altri fedeli da comunicare sotto una sola specie, dà loro la comunione nella forma consueta; ritorna poi all’altare, beve il resto del vino consacrato e fa le purificazioni come di consueto.

2. Rito della comunione sotto le due specie per intinzione

246. Se è presente il diacono o un altro sacerdote o un accolito:
a) Il sacerdote celebrante gli consegna il calice e il purificatoio, egli invece prende la patena o la pisside con le ostie; quindi il sacerdote con il ministro del calice si porta al luogo dove più comodamente può distribuire la comunione.
b) I comunicandi si avvicinano a uno a uno, fanno la debita riverenza, e si portano davanti al sacerdote; questi intinge parte dell’ostia nel calice e presentandola a ciascuno dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo (Corpus et Sanguis Christi). Il comunicando, tenendo la patena sotto il mento, risponde: Amen, e riceve dal sacerdote l’Eucaristia; ritorna poi al suo posto.
c) Si distribuisce poi la comunione a coloro che ricevono l’Eucaristia sotto una sola specie, si consuma il resto del vino consacrato e si fanno le purificazioni nel modo detto sopra.

247. Se non è presente il diacono, né un altro sacerdote, né un accolito:
a) Il sacerdote, dopo che si è comunicato al Sangue del Signore, prende il calice tra il pollice e l’indice della mano sinistra, e, tenendo la patena o la pisside con le ostie tra l’indice e il medio della stessa mano, si porta dove più comodamente può distribuire la comunione.
b) I comunicandi si avvicinano a uno a uno, fanno la debita riverenza, e si portano davanti al sacerdote; questi intinge parte dell’ostia nel calice e, presentandola a ciascuno, dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo (Corpus et Sanguis Christi). Il comunicando, tenendo la patena sotto il mento, risponde: Amen, e riceve dal sacerdote l’Eucaristia; ritorna poi al suo posto.
c) Si può anche collocare in un luogo adatto un piccolo tavolo con tovaglia e corporale, su cui il celebrante depone il calice o la pisside per rendere più facile la distribuzione della comunione.
d) Si distribuisce poi la comunione a coloro che ricevono l’Eucaristia sotto una sola specie, si consuma il resto del vino consacrato e si fanno le purificazioni nel modo detto sopra.

3. Rito della comunione sotto le due specie con la cannuccia

248. Anche il sacerdote si serve della cannuccia per comunicarsi al Sangue del Signore.

249. Se è presente il diacono o un altro sacerdote o un accolito:
a) Per la comunione al Corpo e al Sangue del Signore ci si attiene a quanto è stato detto sopra al n. 244, comma b) e c).
b) Successivamente il comunicando si porta davanti al ministro del calice, il quale dice: Il Sangue di Cristo (Sanguis Christi); il comunicando risponde: Amen, e con la cannuccia che il ministro gli presenta, beve dal calice il Sangue del Signore. Quindi, facendo attenzione a non lasciarne cadere qualche goccia, con la medesima cannuccia sorseggia un po’ d’acqua dal recipiente che un ministro tiene in mano: poi depone la cannuccia in un altro recipiente, che gli viene presentato dallo stesso ministro.

250. Se non è presente il diacono, né un altro sacerdote, né un accolito, il sacerdote celebrante medesimo presenta il calice a ciascuno dei comunicandi, secondo il rito descritto sopra per la comunione al calice (n. 245), e un ministro accanto a lui tiene il recipiente con l’acqua per purificare la cannuccia.

4. Rito della comunione sotto le due specie con il cucchiaino

251. Se è presente il diacono o un altro sacerdote o un accolito, questi tiene nella mano sinistra il calice, e a ogni comunicando che gli si accosta reggendo il piattello sotto il mento, distribuisce con il cucchiaino il Sangue del Signore, dicendo: Il Sangue di Cristo (Sanguis Christi), e badando a non toccare con il cucchiaino le labbra o la lingua dei comunicandi.

252. Se non c’è il diacono, né un altro sacerdote, né un accolito, il sacerdote celebrante stesso, dopo che i comunicandi sotto le due specie hanno ricevuto il Corpo del Signore, distribuisce loro anche il Sangue.

Note

56. Cf SC 41.

57. Cf SC 42; EM 26; LG 28; PO 5.

58. Cf EM 47; 5. CONGR. PER IL CULTO DIVINO, Dich. In celebratione Missae, 7.8.1972: EV IV. 1742 ss.

59. Cf EM 26; MS 16, 27.

60. Cf S. CONGR. PER IL CULTO DIVINO, Decr. Cum de nomine Episcopi, 9.10.1972: EV: IV, 1794 ss.

61. MQ VI.

62. Cf SC 57; CIC, c. 902.

63. Cf EM 47.

64. Cf Ritus servandus in concelebratione Missae, n. 3.

65. Cf ibid. n. 8.

66. Cf S. CONGR. DEI RITI, Decr. gen. Ecclesiae semper, 7.3.1965: EV 11, 384-388; EM 47.

67. Cf RItus servandus in concelebratione Missae, n. 9.

68. Cf EM 32.

69. Cf CONC. TRID., sess. XXI. Doctrina de communione sub utraque specie et parvulorum, cap. 1-3: DS 1725-1729.

70. Cf ibid. cap. 2: DS 1728.

71. Cf S. CONGR. PER IL CULTO DIVINO, Istr. Sacramentali Communione, 29.6.1970: EV III, 2629 ss.


CAPITOLO V: DISPOSIZIONE E ARREDAMENTO DELLE CHIESE PER LA CELEBRAZIONE DELLA EUCARISTIA

 

I. PRINCIPI GENERALI

253. Per la celebrazione dell’Eucaristia, il popolo di Dio si riunisce di solito nella chiesa oppure, in mancanza di questa, in un altro luogo decoroso che sia degno di un così grande mistero. Quindi le chiese o gli altri luoghi, si prestino alla celebrazione delle azioni sacre e all'attiva partecipazione dei fedeli. Inoltre i luoghi sacri e le cose che servono al culto siano davvero degne, belle, segni e simboli delle realtà celesti (72)

254. Pertanto la Chiesa non cessa di fare appello al nobile servizio delle arti, e ammette le forme artistiche di tutti i popoli e di tutti i paesi (73). Anzi, come si sforza di conservare le opere d’arte e i tesori che i secoli passati hanno trasmesso (74) e, per quanto è possibile, cerca di adattarli alle nuove esigenze, cerca pure di promuovere nuove forme corrispondenti all’indole di ogni epoca (75).

Perciò nella formazione degli artisti come pure nella scelta delle opere da ammettere nella chiesa, si ricerchino gli autentici valori dell’arte, che alimentino la fede e la devozione e corrispondano alla verità del loro significato e al fine cui sono destinate (76)

255. Tutte le chiese siano solennemente dedicate o almeno benedette. Le chiese cattedrali e parrocchiali siano sempre dedicate. I fedeli, poi, tengano nel dovuto onore la chiesa cattedrale della loro diocesi e la propria chiesa parrocchiale; e considerino l’una e l’altra segno di quella Chiesa spirituale alla cui edificazione e sviluppo sono chiamati dalla loro professione cristiana.

256. Tutti coloro che sono interessati alla costruzione, al restauro e al riordinamento delle chiese, consultino la Commissione diocesana di Liturgia e Arte sacra. L’Ordinario del luogo, poi, si serva del consiglio e dell’aiuto della stessa Commissione quando si tratta di dare norme in questa materia o di approvare progetti di nuove chiese, o di definire questioni di una certa importanza (77).

II. DISPOSIZIONE DELLA CHIESA PER L’ASSEMBLEA EUCARISTICA

257. Il popolo di Dio, che si raduna per la Messa , ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (o ministeri) e nel diverso comportamento secondo le singole parti della celebrazione. Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno.

I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro partecipazione attiva (78).

Il sacerdote invece e i suoi ministri prenderanno posto nel presbiterio, ossia in quella parte della chiesa che manifesta il loro ministero, e in cui ognuno rispettivamente presiede all’orazione, annuncia la parola di Dio e serve all’altare.

Queste disposizioni servono a esprimere la struttura gerarchica e la diversità dei compiti (o ministeri), ma devono anche assicurare una più profonda e organica unità, attraverso la quale si manifesti chiaramente l’unità di tutto il popolo santo. La natura poi e la bellezza del luogo e di tutta la suppellettile devono favorire la pietà e manifestare la santità dei misteri che vengono celebrati.

III. IL PRESBITERIO

258. Il presbiterio si deve opportunamente distinguere dalla navata della chiesa per mezzo di una elevazione, o mediante strutture e ornamenti particolari. Sia inoltre di tale ampiezza da consentire un comodo svolgimento dei sacri riti (79)

IV. L’ALTARE

259. L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa ; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l'Eucaristia (80).

260. La celebrazione dell’Eucaristia in un luogo sacro si deve compiere sopra un altare fisso o mobile; fuori del luogo sacro, invece, specie se vi si fa ad modum actus, si può compiere anche sopra un tavolo adatto, purché vi siano sempre una tovaglia e il corporale.

261. L’altare si dice "fisso " se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece " mobile" se lo si può trasportare.

262. Nella chiesa vi sia di norma l’altare fisso e dedicato. Sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo. Sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione di tutta l’assemblea (81).

263. Secondo un uso e un simbolismo tradizionali nella Chiesa, la mensa dell’altare fisso sia di pietra, e più precisamente di pietra naturale. Tuttavia, a giudizio della Conferenza Episcopale, si può adoperare anche un’altra materia degna, solida e ben lavorata.

Gli stipiti però e la base per sostenere la mensa possono essere di qualsiasi materiale, purché conveniente e solido.

264. L’altare mobile può essere costruito con qualsiasi materiale di un certo pregio e solido, confacente all’uso liturgico, secondo lo stile e gli usi locali delle diverse regioni.

265. Gli altari, sia fissi che mobili, si dedicano secondo il rito descritto nei libri liturgici; tuttavia gli altari mobili possono essere soltanto benedetti. Non vi è alcun obbligo di inserire la pietra consacrata nell’altare mobile o nel tavolo sul quale si compie la celebrazione fuori del luogo sacro (cfr n. 260).

266. Si mantenga l’uso di collocare sotto l’altare da dedicare le reliquie dei santi, anche se non martiri. Però si curi di verificare l’autenticità di tali reliquie.

267. Gli altri altari siano pochi e, nelle nuove chiese, siano collocati in cappelle, separate in qualche modo dalla navata della chiesa (82)

V. LA SUPPELLETTILE DELL ’ALTARE

268. Per rispetto verso la celebrazione del memoriale del Signore e verso il convito nel quale vengono presentati il Corpo ed il Sangue di Cristo, si distenda sopra l’altare almeno una tovaglia, che sia adatta alla struttura dell’altare per la forma, la misura e l’ornamento.

269. I candelieri, richiesti per le singole azioni liturgiche, in segno di venerazione e di celebrazione gioiosa, siano collocati o sopra l’altare, oppure accanto ad esso, tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare.

270. Inoltre vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, ben visibile allo sguardo dell’assemblea riunita.

VI. LA SEDE PER IL SACERDOTE CELEBRANTE E PER I MINISTRI, OSSIA IL LUOGO DELLA PRESIDENZA

271. La sede del sacerdote celebrante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e l’assemblea. Si eviti ogni forma di trono. Le sedi per i ministri, invece, siano collocate in presbiterio nel posto più adatto perché essi possano compiere con facilità il proprio ufficio (83)

VII. L’AMBONE, OSSIA IL LUOGO DAL QUALE VIENE ANNUNCIATA LA PAROLA DI DIO

272. L’importanza della parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la Liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli (84).

Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile. L’ambone, secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli.

Dall’ambone si proclamano le letture, il salmo responsoriale e il preconio pasquale; ivi inoltre si può tenere l’omelia e la preghiera universale o preghiera dei fedeli. Non conviene pero che all’ambone salga il commentatore, il cantore o l’animatore del coro.

VIII. I POSTI DEI FEDELI

273. Si curi in modo particolare la collocazione dei posti dei fedeli, perché possano debitamente partecipare, con lo sguardo e con lo spirito, alle sacre celebrazioni. È bene mettere a loro disposizione banchi e sedie. Si deve però riprovare l’uso di riservare dei posti a persone private (85)

Le sedie o i banchi si dispongano in modo che i fedeli possano assumere comodamente i diversi atteggiamenti del corpo richiesti dalle diverse parti della celebrazione, e recarsi senza difficoltà a ricevere la santa comunione.

Si abbia cura che i fedeli possano non soltanto vedere, ma anche, con i mezzi tecnici moderni, ascoltare comodamente sia il sacerdote sia gli altri ministri.

IX. IL POSTO DELLA "SCHOLA" E DELL’ORGANO DI ALTRI STRUMENTI MUSICALI

274. La Schola cantorum, tenuto conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo da mettere chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè fa parte dell’assemblea dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio, ne sia agevolato il compimento del suo ministero liturgico e sia facilitata a ciascuno dei suoi membri la partecipazione piena alla Messa, cioè la partecipazione sacramentale (86).

275. L’organo e gli altri strumenti legittimamente ammessi siano collocati in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente ascoltati da tutti.

X. IL POSTO DELLA CUSTODIA DELLA SANTISSIMA EUCARISTIA

276. Si raccomanda vivamente che il luogo in cui si conserva la Santissima Eucaristia sia situato in una cappella adatta alla preghiera privata e alla adorazione dei fedeli (87). Se poi questo non si può attuare, l’Eucaristia sia collocata in un altare, o anche fuori dell’altare, in un luogo della chiesa molto visibile e debitamente ornato, tenuta presente la struttura di ciascuna chiesa e le legittime consuetudini di ogni luogo (88).

277. Si custodisca la Santissima Eucaristia in un unico tabernacolo, inamovibile e solido, non trasparente, e chiuso in modo da evitare il più possibile il pericolo di una profanazione. Pertanto in ogni chiesa normalmente vi sia un solo tabernacolo (89).

XI. LE IMMAGINI ESPOSTE ALLA VENERAZIONE DEI FEDELI

278. Secondo un’antichissima tradizione della Chiesa, nei luoghi sacri legittimamente si espongano alla venerazione dei fedeli le immagini del Signore, della beata Vergine e dei santi.

Si abbia cura tuttavia che il loro numero non sia eccessivo, e che la loro disposizione non distolga l’attenzione dei fedeli dalla celebrazione (90). Di un medesimo santo poi non si abbia che una sola immagine. In generale, nell’ornamento e nella disposizione della chiesa, per quanto riguarda le immagini si cerchi di favorire la pietà della comunità.

XII. LA DISPOSIZIONE GENERALE DEL LUOGO SACRO

279. L’arredamento della chiesa abbia di mira una nobile semplicità, piuttosto che il fasto. Nella scelta degli elementi per l’arredamento, si curi la verità delle cose e si tenda all’educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo sacro.

280. Una conveniente disposizione della chiesa e dei suoi accessori, che rispondano opportunamente alle esigenze del nostro tempo, richiede che non si curino solo le cose più direttamente pertinenti alla celebrazione delle azioni sacre, ma che si preveda anche ciò che contribuisce alla comodità dei fedeli, e che abitualmente si trova nei luoghi di riunione.

Note

72. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, on. 122-124; Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, Presbyterorum ordinis, n. 5; sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 90: A.A.S. 56 (1964) p. 897; Istruzione Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967, n. 24: A.A.S. 59 (1967) p. 554.

73. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 123.

74. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967, n. 24: A.A.S. 59 (1967) p. 554.

75. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 123, 129; sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 13c: A.A.S. 56 (1964) p. 880.

76. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 123.

77. Cfr ibidem, n. 126.

78. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, nn. 97-98: A.A.S. 56 (1964) p. 899.

79. Cfr ibidem, n. 91: A.A.S. 56 (1964) p. 898.

80. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967, n. 24: A.A.S. 59 (1967) p. 554.

81. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 91: A.A.S. 56 (1964) p. 898.

82. Cfr ibidem, n. 93: A.A.S. 56 (1964) p. 989.

83. Cfr ibidem, n. 92: A.A.S. 56 (1964) p. 898.

84. Cfr ibidem, n. 96: A.A.S. 56 (1964) p. 899.

85. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 32; sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 98: A.A.S. 56 (1964) p. 899.

86. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Musicam sacram, 5 maggio 1967, n. 23: A.A.S. 59 (1967) p. 307.

87. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967, n. 53: A.A.S. 59 (1967) p. 568, Rituale Romanum, De sacra Communione et de cultu mysterii eucharistici extra Missam, ed. typ. 1973, o. 9.

88. Cfr ibidem, o. 54: A.A.S. 67 (1959) p. 568; Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 95: A.A.S. 56 (1964) p. 898.

89. Cfr sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967, n. 52: A.A.S. 59 (1967) p. 568; Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, n. 95: A.A.S. 56 (1964) p. 898; sacra Congregazione dei Sacramenti, Istruzione Nullo umquam tempore, 28 maggio 1938, n. 4: A.A.S. 30 (1938) pp. 199-200, Rituale Romanum, De sacra Communione et de cultu mysterii eucharistici extra Missam, ed. typ. 1973, no. 10-11; Codice di Diritto canonico, can. 938.

90. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 125

CAPITOLO VI: COSE NECESSARIE PER LA CELEBRAZIONE DELLA MESSA

 

I. IL PANE E IL VINO PER CELEBRARE L’EUCARISTIA

281. Fedele all’esempio di Cristo, la Chiesa ha sempre usato pane e vino con acqua per celebrare la Cena del Signore.

282. Il pane per la celebrazione dell’Eucaristia deve essere di solo frumento, confezionato di recente, e azzimo, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina.

283. La natura di segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti veramente come cibo. Conviene quindi che il pane eucaristico, sebbene azzimo e confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti e distribuirle almeno ad alcuni dei fedeli. Le ostie piccole non sono comunque affatto escluse, quando il numero dei comunicandi, o altre ragioni pastorali lo esigano. Il gesto della frazione del pane, con cui l’Eucaristia veniva semplicemente designata nel tempo apostolico, manifesterà sempre più la forza e l’importanza del segno dell’unità di tutti in un unico pane, e del segno della carità per il fatto che unico pane è distribuito tra i fratelli.

284. Il vino per la celebrazione eucaristica deve essere tratto dal frutto della vite (cfr Lc 22, 18), naturale e genuino, cioè non misto a sostanze estranee.

285. Con la massima cura si conservino in perfetto stato il pane e il vino destinati all’Eucaristia; cioè si badi che il vino non diventi aceto, e che il pane non si guasti o sia troppo duro, così che solo con difficoltà si possa spezzare.

286. Se dopo la consacrazione, o al momento della comunione, il sacerdote si accorge di aver usato acqua, anziché vino, metta l’acqua in un recipiente, versi nel calice vino con acqua e lo consacri, ripetendo la parte del racconto evangelico che riguarda la consacrazione del calice, senza dover nuovamente consacrare il pane.

II. LE SUPPELLETTILI SACRE IN GENERE

287. Come per la costruzione di chiese, anche per ogni tipo di suppellettile sacra la Chiesa ammette il genere e lo stile artistico di ogni regione, e accetta quegli adattamenti che corrispondono alle culture e alle tradizioni dei singoli popoli, purché ogni cosa sia adatta all’uso per il quale è destinata (91).
Anche in questo settore si curi quella nobile semplicità che si accompagna tanto bene con l’arte autentica.

288. Nello scegliere la materia per la suppellettile sacra, oltre à quella tradizionalmente in uso, si possono adoperare anche quelle che, secondo la mentalità del nostro tempo, sono ritenute nobili, durevoli e che si adattano bene all’uso sacro. In questo settore, il giudizio spetta alla Conferenza Episcopale delle singole regioni.

III. I VASI SACRI

289. Tra le cose richieste per la celebrazione della Messa, sono degni di particolare rispetto i vasi sacri; tra questi, specialmente il calice e la patena, nei quali vengono offerti, consacrati e consumati il pane e il vino.

290. I vasi sacri siano di materia solida e nobile, secondo la comune valutazione di ogni regione. La cosa è rimessa al giudizio della Conferenza Episcopale. Tuttavia si preferiscano materie che non si rompano né si deteriorino facilmente.

291. I calici e gli altri vasi destinati a contenere il Sangue del Signore, abbiano la coppa fatta di una materia che non assorba i liquidi. La base del calice può essere fatta con materie diverse, solide e decorose.

292. I vasi sacri che servono a contenere le ostie, come la patena, la pisside, la teca, l’ostensorio e altri analoghi, si possono fabbricare anche con altre materie, tra quelle più apprezzate nelle varie regioni, come ad esempio l’avorio o alcuni legni particolarmente duri, sempre che siano adatti all’uso sacro.

293. Per la consacrazione delle ostie, si può convenientemente usare un ‘unica patena grande, sopra la quale si pone il pane sia per il sacerdote, sia per i ministri e i fedeli.

294. I vasi sacri di metallo siano abitualmente dorati all’interno, se il metallo è ossidabile; se invece sono di metallo inossidabile, e più nobile che l’oro, la doratura non è necessaria.

295. Per quanto riguarda la forma dei vasi sacri, è compito dell’artista confezionarli nel modo più conveniente secondo gli usi delle singole regioni, purché siano adatti all’uso liturgico cui sono destinati.

296. Per la benedizione dei vasi sacri, si osservino i riti prescritti nei libri liturgici.

IV. LE VESTI SACRE

297. Nella Chiesa, Corpo mistico di Cristo, non tutte le membra svolgono la stessa mansione. Questa diversità di ministeri nel compimento del culto sacro, si manifesta all’esterno con la diversità delle vesti sacre, che perciò devono essere segno dell’ufficio proprio di ogni ministro. Conviene però che tali vesti contribuiscano anche al decoro dell’azione sacra.

298. La veste sacra comune a tutti i ministri di qualsiasi grado è il camice, stretto ai fianchi dal cingolo, a meno che non sia fatto in modo da aderire al corpo anche senza cingolo. Se il camice non copre pienamente, intorno al collo, l’abito comune, prima di indossarlo si deve mettere l’amitto.
Il camice può essere sostituito dalla cotta; non però quando si indossano la casula o la dalmatica, né quando si usa la stola al posto della casula o della dalmatica.

299. Veste propria del sacerdote celebrante, nella Messa e nelle altre azioni sacre direttamente collegate con essa, è la casula o pianeta, se non viene indicato diversamente; la casula s’indossa sopra il camice e la stola.

300. Veste propria del diacono è la dalmatica, da indossarsi sopra il camice e la stola.

301. I ministri di grado inferiore al diacono possono indossare il camice o un ‘altra veste legittimamente approvata nella loro regione.

302. La stola indossata dal sacerdote gira attorno al collo e scende davanti, diritta. La stola indossata dal diacono poggia sulla spalla sinistra e, passando trasversalmente davanti al petto, si raccoglie sul fianco destro.

303. Il piviale viene indossato dal sacerdote nelle processioni e nelle altre azioni sacre, secondo le rubriche proprie dei singoli riti.

304. Riguardo alla forma delle vesti sacre, le Conferenze Episcopali possono stabilire e proporre alla Sede Apostolica adattamenti richiesti dalle necessità e dagli usi delle singole regioni (92).

305. Per la confezione delle vesti sacre, oltre alle stoffe tradizionali, si possono usare altre fibre naturali proprie delle singole regioni, come pure fibre artificiali, rispondenti alla dignità dell’azione sacra e della persona.
In questa materia è giudice la Conferenza Episcopale (93).

306. La bellezza e la nobiltà delle vesti si devono cercare e porre in risalto più nella forma e nella materia usate, che nella ricchezza dell’ornato. Gli ornamenti possono presentare figurazioni, o immagini, o simboli, che indichino l’uso sacro delle vesti, con esclusione di ciò che non vi si addice.

307. La differenza dei colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati, e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico.

308. Riguardo al colore delle sacre vesti, si mantenga l’uso tradizionale, e cioè:
a)
Il colore bianco si usa negli Uffici e nelle Messe del Tempo pasquale e del Tempo natalizio. Inoltre: nelle feste e nelle «memorie» del Signore, escluse quelle della Passione; nelle feste e nelle «memorie» della beata Vergine, degli angeli, dei santi non martiri, nella festa di tutti i santi (1 novembre), di san Giovanni Battista (24 giugno), di san Giovanni evangelista (27 dicembre), della Cattedra di san Pietro (22 febbraio) e della Conversione di san Paolo (25 gennaio).
b)
Il colore rosso si usa nella domenica di Passione (o delle Palme) e nel Venerdì Santo, nella domenica di Pentecoste, nelle celebrazioni della Passione del Signore, nella festa natalizia degli Apostoli e degli evangelisti e nelle celebrazioni dei santi martiri.
c)
Il colore verde si usa negli Uffici e nelle Messe del Tempo Ordinario.
d)
Il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima.
Si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti.
e)
Il colore nero si può usare nelle Messe per i defunti.
f)
Il colore rosaceo, si può usare nelle domeniche Gaudete (III di Avvento) e Laetare (IV di Quaresima).
Le Conferenze Episcopali possono però stabilire e proporre alla Sede Apostolica adattamenti conformi alle necessità e alla cultura dei singoli popoli.

309. Nei giorni più solenni si possono usare vesti sacre più preziose, anche se non sono del colore del giorno.

310. Le Messe rituali si dicono con il colore ad esse proprio, oppure con colore bianco o festivo. Le Messe per varie necessità con il colore proprio del giorno o del Tempo, oppure con colore viola se hanno carattere penitenziale (ad es. le Messe «In tempo di guerra o di disordini; in tempo di fame; per la remissione dei peccati»). Le Messe votive si dicono con il colore adatto alla Messa che si celebra o anche con il colore proprio del giorno o del Tempo.

V. ALTRA SUPPELLETTILE DESTINATA ALL’USO DELLA CHIESA

311. Oltre ai vasi sacri e alle vesti liturgiche, per cui viene prescritta una determinata materia, anche l’altra suppellettile, destinata direttamente all’uso liturgico, o in qualunque altro modo ammessa nella chiesa, deve essere degna e rispondere al fine a cui ogni cosa è destinata.

312. Si curi in modo particolare che anche nelle cose di minore importanza le esigenze dell’arte siano opportunamente rispettate, e che una nobile semplicità sia sempre congiunta con la debita pulizia.

Note

91.  Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 128; sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Eucharisticum Mysteriurn, 25 maggio 1967, n. 24: A.A.S. 59 (1967) p. 854.

92. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 128.

93. Cfr Ibidem


CAPITOLO VII: LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA

  

313.      L’efficacia pastorale della celebrazione aumenta se il testo delle letture, delle orazioni e dei canti corrispondono il meglio possibile alle necessità, alla preparazione spirituale e alle capa­cità dei partecipanti. Questo si ottiene usando conveniente­mente di una molteplice facoltà di scelta che sarà descritta più avanti.
Nel preparare la Messa , il sacerdote, tenga presente più il bene spirituale comune dell’assemblea che il proprio gusto. Si ricordi anche che la scelta di queste parti si deve fare insieme con i ministri e con le altre persone che svolgono qualche ufficio nella celebrazione, senza escludere i fedeli in ciò che li riguarda direttamente.
Dal momento che è offerta un’ampia possibilità di scegliere le diverse parti della Messa, è necessario che prima della celebra­zione il diacono, il lettore, il salmista, il cantore, il commen­tatore, la schola, ognuno per la sua parte, sappiano bene quali testi spettano a ciascuno, in modo che nulla si lasci all’improvvisazione. L’armonica disposizione ed esecuzione dei riti contribuisce moltissimo a disporre lo spirIto dei fedeli per la partecipazione all’Eucaristia.

I.     LA SCELTA DELLA MESSA

314. Nelle solennità il sacerdote è tenuto a seguire il calenda­rio della chiesa in cui celebra. 

315. Nelle domeniche, nelle ferie di Avvento, di Natale, di Quaresima e di Pasqua, nelle feste e nelle memorie obbligatorie:

a)se la Messa si celebra con il popolo, il sacerdote segua il calendario della chiesa in cui celebra;

b)se la Messa si celebra senza il popolo, il sacerdote può scegliere tra il calendario del luogo e il calendario proprio.

316. Nelle memorie facoltative:

a) Nelle ferie di Avvento dal 17 al 24 dicembre, tra l’ottava di Natale, e nelle ferie di Quaresima, fatta eccezione per il mercoledì delle Ceneri e per le ferie della Settimana Santa, il sacerdote dice la Messa del giorno liturgico occorrente; però dalla memoria eventualmente segnata in quel giorno sul calendario generale può prendere la colletta, purché non occorra il mercoledì delle Ceneri o una feria della Settimana Santa.

b) Nelle ferie di Avvento, prima del 17 dicembre, nelle ferie del Tempo natalizio dal 2 gennaio e in quelle del Tempo pa­squale, il sacerdote può scegliere o la Messa della feria, o la Messa del santo o di uno dei santi di cui si fa la memoria, o la Messa di un santo ricordato quel giorno nel Martirologio.

c) Nelle ferie del Tempo Ordinario, il sacerdote può scegliere o la Messa della feria o la Messa di una eventuale memoria facoltativa, o la Messa di qualche santo ricordato in quel giorno nel Martirologio, o una Messa « per varie necessità » o una Messa votiva.

Se celebra con partecipazione di popolo, il sacerdote si preoc­cupi anzitutto del bene spirituale dei fedeli, evitando di im­porre i propri gusti. Soprattutto cerchi di non omettere troppo spesso e senza motivo sufficiente le letture assegnate per i singoli giorni dal Lezionario feriale: la Chiesa desidera infatti che venga offerta ai fedeli una mensa sempre più abbondante della parola di Dio. (94)

Per lo stesso motivo, non ricorra troppo spesso alle Messe dei defunti: tutte le Messe sono offerte per i vivi e per i defunti, e dei defunti si fa memoria in ogni Preghiera eucaristica.

Là dove le memorie facoltative della beata Vergine, o di un santo, sono care alla pietà dei fedeli, sia celebrata almeno una Messa in loro onore per soddisfare alla legittima devozione dei fedeli. Quando poi c’è possibilità di scelta tra una memoria iscritta nel calendario generale e una memoria del calendario diocesano o religioso, si dia la precedenza, a parità di impor­tanza e secondo la tradizione, alla memoria del calendario par­ticolare.

II.   LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA

317. Nello scegliere i testi delle diverse parti della Messa, sia del tempo che dei santi si osservino le norme seguenti:

Le letture

318. Alla domenica e nelle feste vi sono tre letture: il Profeta, l’Apostolo e il Vangelo; la loro proclamazione educa il popolo cristiano al senso della continuità nell’opera di salvezza, secon­do la mirabile pedagogia divina.
Si raccomanda quindi molto che le letture siano tre. Tuttavia, per ragioni di ordine pastorale e in seguito a decreto della Conferenza Episcopale, può essere consentita in qualche luogo l’uso di due sole letture. Quando poi c’è da scegliere tra le due prime letture, si tengano presenti le norme proposte dal Lezionario e l’intento di condurre i fedeli a una più profonda conoscenza delle Scritture; il criterio di scelta non sia mai solo quello del testo più breve o più facile.

319. Nel Lezionario feriale sono proposte delle letture per ogni giorno della settimana, lungo tutto il corso dell’anno:
pertanto proprio queste letture si dovranno abitualmente usare nei giorni a cui sono assegnate, a meno che non ricorra una solennità o una festa.
Quando la lettura continua venisse interrotta durante la setti­mana da una festa o da qualche celebrazione speciale, il sacerdote, tenendo presente l’ordine delle letture di tutta la setti­mana, può aggiungere alle altre letture quella omessa o decidere quale testo preferire.
Nelle Messe per gruppi particolari, il sacerdote potrà scegliere le letture più adatte a quella particolare celebrazione, purché tratte dai testi del Lezionario approvato.

320. Una scelta speciale di testi della sacra Scrittura è fatta per le Messe nelle quali è inserita la celebrazione di Sacramenti o di Sacramentali, o che vengono celebrate in speciali circostanze.

Questi Lezionari sono stati composti in modo che i fedeli, attraverso l’ascolto di una lettura più adatta, comprendano meglio il mistero a cui prendono parte e aumentino il loro amore per la parola di Dio.

Quindi i testi da leggersi nell’assemblea liturgica si devono scegliere in base a un’opportuna considerazione pastorale, e tenuta presente la libertà di scelta prevista per questi casi.

Le orazioni

321. Il grande numero di prefazi, di cui è arricchito il Messale romano, mira a presentare sotto angolazioni diverse il tema dell’azione di grazie proprio della Preghiera eucaristica e a porre maggiormente in luce i vari aspetti del mistero della salvezza.

322. La scelta tra le Preghiere eucaristiche è regolata dalle norme seguenti:
a)
la Preghiera eucaristica I, o Canone romano, si può sempre usare; il suo uso tuttavia è più indicato nei giorni ai quali è assegnato un Communicantes (In comunione) proprio, o nelle Messe con l’Hanc igitur (Accetta con benevolenza) proprio, oltre che nelle feste degli Apostoli e dei santi di cui si fa men­zione nella Preghiera stessa; così pure nelle domeniche a meno che, per ragioni pastorali, non si preferisca un’altra Preghiera eucaristica.
b)
La Preghiera eucaristica Il, per le sue particolari caratte­ristiche, è più indicata per i giorni feriali o in circostanze parti­colari. Quantunque abbia un prefazio proprio, può essere colle­gata con altri prefazi, specialmente con quelli che presentano in sintesi il mistero della salvezza, come ad esempio i prefazi delle domeniche del Tempo Ordinario e i prefazi comuni.
Quando si celebra la Messa per un defunto, si può inserire la formula particolare proposta a suo luogo, cioè prima del Ricor­dati dei nostri fratelli (Memento etiam).
c)
La Preghiera eucaristica III si può dire con qualsiasi prefa­zio. È preferibile usarla nelle domeniche e nei giorni festivi. In questa preghiera si può usare la formula particolare per un defunto, inserendola a suo luogo, cioè dopo le parole Ricon­giungi a te, Padre misericordioso, tutti i tuoi figli ovunque dispersi (Omnes fllios tuos ubique dispersos).
d)
La Preghiera eucaristica IV ha un prefazio invariabile e offre un compendio più completo della storia della salvezza. Si può usare quando la Messa manca di un prefazio proprio. In questa Preghiera, in ragione della sua struttura, non si può inserire una particolare formula per un defunto.
e)
Una Preghiera eucaristica che abbia un prefazio proprio si può usare, con il suo prefazio anche quando le rubriche indi­cano un prefazio del Tempo.

323. In ogni Messa, salvo indicazioni in contrario, si dicono le orazioni proprie di quella Messa.
Tuttavia nelle Messe delle memorie si dice la colletta propria o quella del Comune; le orazioni sulle offerte e dopo la comu­nione, se non sono proprie, si possono scegliere dal Comune o dalle ferie del tempo corrente.
Nelle ferie del Tempo Ordinario, oltre all’orazione della domenica precedente, si possono dire le orazioni di un’altra do­menica del Tempo Ordinario, oppure un'orazione scelta tra i formulari per varie necessità che si trovano nel messale. Di queste Messe si può comunque scegliere anche la sola colletta. In tal modo viene proposto un maggior numero di testi, che non solo permettono di rinnovare di continuo i temi della preghiera dell’assemblea liturgica, ma anche di adattare la stessa preghiera alle necessità dei fedeli, della Chiesa e del mondo. Nei tempi più importanti dell’anno, questo adattamento già avviene mediante l’orazione propria del tempo che si trova per ogni giorno nel messale.

I canti

324. Nello scegliersi i canti fra le letture, e i canti di ingresso, di offertorio e di comunione, si osservino le norme stabilite nel capitolo che ne tratta.

Facoltà particolari

325. Oltre alle possibilità di cui si è parlato nei numeri precedenti per la scelta dei testi più adatti, le Conferenze Episcopali hanno la facoltà di indicare, per particolari circostanze, alcuni adattamenti per le letture, a condizione che i testi vengano scelti da un Lezionario debitamente approvato.

Note

94. Cfr Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 51


CAPITOLO VIII: MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE E MESSE PER I DEFUNTI

 

I.     MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE

326. Poiché la liturgia dei sacramenti e dei sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia che fluisce dal mistero pasquale (95), e poiché l’Eucaristia è il sacramento per eccellenza, il messale presenta formulari di Messe e di orazioni che si possono usare nelle diverse circostanze della vita cristiana, per le necessità di tutto il mondo o della Chiesa universale e locale.

327. Essendovi una maggiore facoltà di scegliere le letture e le orazioni, è bene che delle Messe «per diverse circostanze» si faccia un uso moderato, cioè quando lo esige l’opportunità pastorale.

328. In tutte le Messe « per diverse circostanze », salvo espresse indicazioni in contrario, si possono usare le letture feriali con i loro canti responsoriali, se si accordano con la celebrazione.

329. Le Messe «per diverse circostanze» sono di tre tipi:
a)         Messe rituali, collegate con la celebrazione di alcuni Sacramenti o Sacramentali.
b)         Messe per varie necessità, che vengono dette in alcune occasioni, sia saltuariamente, sia in tempi determinati.

c)
         Messe votive o di devozione, che vengono scelte liberamente secondo la devozione dei fedeli per commemorare i misteri del Signore, o per onorare la beata Vergine Maria o qualche santo o tutti i santi.

330. Le Messe rituali sono proibite nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, nelle solennità, nei giorni fra l’ottava di Pasqua, nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nel mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana Santa; si devono inoltre osservare le norme indicate nei libri rituali o nei formulari delle Messe stesse.

331. Tre le Messe per varie necessità la competente autorità può scegliere Messe per eventuali suppliche pubbliche, stabilite dalla Conferenza Episcopale nel corso dell’anno.

332. Nel caso di una necessità particolarmente grave o di una utilità pastorale si può celebrare una Messa adatta, per ordine o con il consenso dell’Ordinario del luogo, in qualsiasi giorno, eccetto le solennità e le domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, i giorni fra l’ottava di Pasqua, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il mercoledì delle Ceneri e le ferie della Settimana Santa.

333. Nei giorni in cui occorre una memoria obbligatoria o una feria di Avvento fino al 16 dicembre, del Tempo natalizio a cominciare dal 2 gennaio, e del Tempo pasquale dopo l’ottava di Pasqua, sono per sé proibite le Messe per varie necessità e quelle votive. Se però lo richiede un’autentica necessità o una utilità pastorale, nella Messa con partecipazione di popolo si può usare il formulano corrispondente a questa necessità o utilità, a giudizio del rettore della chiesa o dello stesso sacerdote celebrante.

334. Nelle ferie del Tempo Ordinario nelle quali occorrono memorie facoltative o si fa l’ufficio della feria, si può celebrare qualunque Messa o utilizzare qualunque orazione «per diverse circostanze», fatta eccezione per le Messe rituali.

II.   MESSE DEI DEFUNTI

335. La Chiesa offre il sacrificio eucaristico della Pasqua di Cristo per i defunti, in modo che, per la comunione esistente fra tutte le membra di Cristo, gli uni ricevano un aiuto spiri­tuale, e gli altri il conforto della speranza.

336. Tra le Messe per i defunti, ha il primo posto la Messa esequiale, che si può celebrare tutti i giorni, eccetto le solennità di precetto, il Giovedì Santo, il Triduo pasquale e le domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua.

337. La Messa dei defunti alla notizia della morte di una persona, o nel giorno della sepoltura definitiva, o nel primo anniversario, si può celebrare anche fra l’ottava di Natale, nei giorni nei quali occorre una memoria obbligatoria o una feria, che non sia il mercoledì delle Ceneri o una feria della Settimana Santa. Le altre Messe per i defunti, o Messe «quotidiane», si possono celebrare nelle ferie del Tempo Ordinario, nelle quali occorrono memorie facoltative o si fa l’ufficio della feria, purché siano veramente applicate per i defunti.

338. Nella Messa esequiale si tenga normalmente una breve omelia, escludendo però la forma dell’elogio funebre. Si raccomanda l’omelia anche nelle altre Messe per i defunti con partecipazione di popolo.

339. Si invitino i fedeli, specialmente i familiari del defunto, a partecipare con la santa comunione al sacrificio eucaristico offerto per il defunto stesso.

340. Se la Messa esequiale è inserita nel rito delle esequie, detta l’orazione dopo la comunione, si tralasciano i riti di conclusione e si compie l’ultima raccomandazione o commiato. Questo rito si fa soltanto quando il cadavere è presente.

341. Nell’ordinare e scegliere le parti variabili della Messa per i defunti (come le orazioni, le letture, la preghiera dei fedeli), specialmente nella Messa esequiale, si tengano presenti, come è giusto, gli aspetti pastorali che interessano il defunto, la sua famiglia e i presenti.
Inoltre i pastori d’anime abbiano un riguardo speciale per coloro che in occasione del funerale sono presenti alla celebrazione liturgica o ascoltano la lettura del Vangelo, siano essi acattolici o cattolici che non partecipano mai o quasi mai all’Eucaristia, o che sembrano aver perduto la fede; i sacerdoti sono per tutti i ministri del Vangelo di Cristo.

 

Note

95.       Cfr. Concilio Vaticano Il, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 61.


PRECISAZIONI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

 

La Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) ritiene opportuno precisare alcune indicazioni che la normativa liturgica affida alle Conferenze Episcopali nazionali e richiamare l’attenzione su alcuni punti della celebrazione eucaristica (I numeri a fianco dei titoli si riferiscono a «Principi e norme per l’uso del Messale Romana»).

1.       Gesti e atteggiamenti durante la celebrazione eucaristica (cfr n. 21)

La C.E .I. fa proprio quanto indicato in « Principi e norme per l’uso del Messale Romano » e cioè:
In piedi dal canto d’ingresso fino alla colletta compresa. Seduti durante la prima e seconda lettura e il salmo responsoriale.
In piedi dall’acclamazione al Vangelo alla fine del Vangelo. Seduti durante l’omelia e il breve silenzio che segue. In piedi dall’inizio del Credo, recitato o cantato, fino alla conclusione della preghiera universale o dei fedeli. Seduti durante tutto il rito della presentazione dei doni. Ci si alza per l’incensazione dell’assemblea.
In piedi dall’orazione sulle offerte fino all’epiclesi prima della consacrazione (gesto dell’imposizione delle mani) esclusa. In ginocchio, se possibile, dall’inizio dell’epiclesi preconsacratoria (gesto dell’imposizione delle mani) fino all’elevazione del calice inclusa.
In piedi da Mistero della fede fino alla comunione inclusa, fatta la quale si potrà stare in ginocchio o seduti fino all’orazione dopo la comunione.
Durante il canto o la recita del Padre nostro, si possono tenere le braccia allargate; questo gesto, purché opportunamente spiegato, si svolga con dignità in clima fraterno di preghiera.
In piedi dall’orazione dopo la comunione sino alla fine.
N.B. Durante l’ascolto della Passione del Signore (Domenica delle palme e Venerdì Santo) si può rimanere seduti per una parte della lettura.
Anche qualora il canto del Gloria a Dio comportasse uno svi­luppo musicale di una certa ampiezza, in casi particolari, ci si potrà sedere dopo l’intonazione. 

2.       Canti di ingresso, di offertorio e di comunione (cfr. nn. 26, 50 e 56) 

In luogo dei canti inseriti nei libri liturgici si possono usare altri canti adatti all’azione sacra, al momento e al carattere del giorno o del tempo, purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall’Ordinario del luogo.
Si esortano i musicisti e i cantori a valersi dei testi antifonali del giorno con qualche eventuale adattamento. 

Professione di fede (cfr. n. 43) 

Quando è prescritta la professione di fede, si potrà alternare il simbolo niceno-costantinopolitano con quello detto «degli Apostoli », proclamando con diverse formule la stessa unica fede. Sarà il criterio dell’utilità pastorale a suggerire l’uso di questo secondo simbolo, che pure è patrimonio del popolo di Dio e appartiene alla veneranda tradizione della Chiesa.
Esso richiama la professione di fede fatta nella celebrazione del Battesimo e si inserisce opportunamente nel Tempo di Quaresima e di Pasqua, nel contesto catecumenale e mistagogico dell’iniziazione cristiana.
Per una più facile memorizzazione nella lettera e nel contenuto, è opportuno che il simbolo apostolico sia usato per un periodo piuttosto prolungato. 

3.       Preghiera universale (cfr. nn. 45-47) 

La preghiera universale o preghiera dei fedeli è di norma nelle Messe domenicali e festive. Dato tuttavia il suo rilievo pasto­rale, anche perché offre l’occasione di collegare la liturgia della Parola con la situazione concreta, è evidente l’opportunità di farla quotidianamente nelle Messe con la partecipazione del popolo.
Perché la preghiera universale sia veramente rispondente al suo spirito e alla sua struttura, si richiama l’esigenza di disporne precedentemente l’esatta formulazione e di rispettare la succes­sione e la sobrietà delle intenzioni, tenendo presenti il momento liturgico, le emergenze ecclesiali e sociali, e il suffragio per le anime dei pastori e dei fratelli defunti.

4.       Presentazione dei doni (cfr. nn. 48,3 e 293) 

Per sottolineare la partecipazione all’«unico pane e all’unico calice» si abbia cura di preparare, per quanto possibile, un’unica patena e un unico calice. 

5.       Dossologia finale della Preghiera eucaristica (cfr. nn. 55h e 135)

La dossologia conclusiva dell’anafora, Per Cristo, con Cristo e in Cristo è proclamata dai soli sacerdoti celebranti. Il sacerdote che presiede e il diacono ministrante tengano sollevati la patena e il calice fino all’Amen compreso con il quale il popolo ratifica la grande preghiera sacerdotale. 

6.       Segno di pace (cfr. n. 56b)

Il segno di pace che i partecipanti alla celebrazione si scam­biano con i fedeli che sono al loro fianco, nello spirito di riconciliazione e di fraternità cristiana necessario per accostarsi alla comunione eucaristica, dopo che a tutti l’ha espresso con il gesto e con la parola il sacerdote celebrante, si può dare in vari modi secondo le consuetudini e la qualità dei partecipanti.
Scambiandosi il segno di pace si può dire: la pace sia con te.

7.       Frazione del pane (cfr. nn. 56c e 283) 

Perché il segno della partecipazione « all’unico pane spezza­to » abbia chiara evidenza è bene compiere il gesto della «fra­zione del pane » in modo veramente espressivo e visibile a tutti. Conviene quindi che il pane azzimo, confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote possa davvero spezzare l’ostia in più parti da distribuire almeno ad alcuni fedeli. Al momento della «frazione», si dispongano, se necessario, le specie consacrate in varie patene e in vari calici per una più agevole distribuzione, nel rispetto delle norme liturgiche e dell’opportunità pastorale.

8.       Uffici particolari (cfr. n. 71 e «Codice di Diritto Canonico», can. 230 § 2) 

I lettori — uomini e donne — che in mancanza di ministri istituiti proclamano dall’ambone le letture o propongono le intenzioni della preghiera universale o dei fedeli, siano ben preparati ed edifichino l’assemblea con la proprietà dell’atteggiamento e dell’abito.  

9.       Possibilità di comunicarsi due volte nello stesso giorno (vedi «Codice di Diritto Canonico», can. 917)

La piena partecipazione alla Messa si attua e si manifesta con la comunione sacramentale.
Chi pertanto, pur essendosi già accostato alla mensa eucaristica, parteciperà nello stesso giorno ad un’altra Messa, potrà, anche nel corso di essa, ricevere nuovamente, cioè una seconda volta la Comunione.  

10.     La Comunione sotto le due specie (cfr n. 242) 

Oltre ai casi e alle persone di cui al n. 242 di «Principi e norme», e salvo il giudizio del vescovo di permettere la Co ­munione sotto le due specie, la Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito di allargare la concessione della Comunione sotto le due specie ai casi e alle persone qui sotto indicate:
a) a tutti i membri degli istituti religiosi e secolari, maschili e femminili e a tutti i membri delle case di educazione e for­mazione sacerdotale o religiosa, quando partecipano alla Messa della comunità (cfr «Principi e norme per l’uso del Messale Romano» n. 76);
b) a tutti i partecipanti alla Messa comunitaria in occasione di un incontro di preghiera o di un convegno pastorale;
c) a tutti i partecipanti a Messe che già comportano, per alcuni dei presenti, la comunione sotto le due specie, a norma del n. 242 di « Principi e norme per l’uso del Messale Romano »;
d) in occasione di celebrazioni particolarmente espressive del senso della comunità cristiana raccolta intorno all’altare.

11.     Rito della comunione sotto le due specie per intinzione (cfr n. 247)

Nella comunione l’Eucaristia è sempre consegnata dal ministro e non presa direttamente dai fedeli. Se la comunione viene fatta per intinzione, il sacerdote celebrante può far sorreggere il calice (o la pisside), da un accolito o da un ministro straordi­nario della Comunione o da un fedele debitamente preparato. 

12.     Uso della lingua nella celebrazione dell’Eucaristia

Nelle Messe celebrate con il popolo si usa la lingua italiana. Si potranno inserire nel repertorio della Messa celebrata in italiano canti dell’ordinario ed eventualmente del proprio in lingua latina.
Gli Ordinari del luogo, tenuto presente innanzi tutto il bene del popolo di Dio, possono stabilire che in alcune chiese fre­quentate da fedeli di diverse nazionalità si possa usare o la lingua propria dei presenti, se appartenenti al medesimo gruppo linguistico, o la lingua latina avendo cura di proclamare le letture bibliche e formulare la preghiera dei fedeli nelle varie lingue dei partecipanti.
In altri casi previsti in base ad una vera motivazione vagliata dall’Ordinario del luogo, si deve comunque usare l’edizione tipica del «Missale Romanum».
Ogni chiesa abbia a disposizione la forma abbreviata del Mes­sale latino: «Missale parvum».

13.     I canti e gli strumenti musicali 

Nella scelta e nell’uso di altri canti si tenga presente che essi devono essere degni della loro adozione nella liturgia, sia per la sicurezza di fede nel contenuto testuale, sia per il valore musicale ed anche per la loro opportuna collocazione nei vari momenti celebrativi secondo i tempi liturgici.
Non si introduca in modo permanente alcun testo nelle cele­brazioni liturgiche senza previa approvazione della competente autorità.
Ogni diocesi abbia cura di segnalare un elenco di canti da ese­guire nelle celebrazioni diocesane tenendo presenti le indicazioni regionali e nazionali per la formazione di un repertorio comune. Anche per l’esecuzione dei canti si curi con attenzione l’uso dell’impianto di diffusione.
Per quanto riguarda il sostegno strumentale si usi preferibil­mente l’organo a canne o con il consenso dell’Ordinario, sentita la Commissione di liturgia e musica, anche altri strumenti che siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare.
La musica registrata, sia strumentale che vocale, non può essere usata durante la celebrazione liturgica, ma solo fuori di essa per la preparazione dell’assemblea.
Si tenga presente, come norma, che il canto liturgico è espres­sione della viva voce di quel determinato popolo di Dio che è raccolto in preghiera. 

14.     L’altare (cfr o. 262) 

L’altare fisso della celebrazione sia unico e rivolto al popolo. Nel caso di difficili soluzioni artistiche per l’adattamento di particolari chiese e presbitèri, si studi, sempre d’intesa con le competenti Commissioni diocesane, l’opportunità di un altare «mobile» appositamente progettato e definitivo.
Se l’altare retrostante non può essere rimosso o adattato, non si copra la sua mensa con la tovaglia.
Si faccia attenzione a non ridurre l’altare a un supporto di oggetti che nulla hanno a che fare con la liturgia eucaristica. Anche i candelieri e i fiori siano sobri per numero e dimensione. Il microfono per la dimensione e la collocazione non sia tanto ingombrante da sminuire il valore delle suppellettili sacre e dei segni liturgici. 

15.     La sede per il sacerdote celebrante e i ministri (cfr n. 271) 

La sede del sacerdote celebrante e dei ministri sia in diretta comunicazione con l’assemblea. 

16.     L’ambone (cfr n. 272) 

L’ambone o luogo della Parola, sia conveniente per dignità e funzionalità; non sia ridotto a un semplice leggio, né diventi supporto per altri libri all’infuori dell’Evangelario e del Lezionario.

17.     Materia per la costruzione dell’altare (cfr n. 263),per la preparazione delle suppellettili (cfr n. 268), dei vasi sacri (cfr n. 294) e delle vesti sacre (cfr n. 305)

Si possono usare materiali diversi da quelli usati tradizional­mente, purché convenienti per la qualità e funzionalità all’uso liturgico.

In particolare, per quanto attiene la coppa del calice è da escludere l’impiego di metalli facilmente ossidabili (ad es. alpacca, rame, ottone, ecc.), anche se dorati, da cui, oltre l’alterazione delle sacre specie, possono derivare effetti nocivi.

Nell’impiego dei vari materiali si tengano presenti le indicazioni dati in « Principi e norme per l’uso del Messale Romano », perché rispecchino quella dignitosa e austera bellezza che si deve sempre ricercare nelle opere dell’artigianato a servizio del culto. 

18.     Colore delle vesti sacre (cfr n. 308) 

Si seguano le indicazioni date in «Principi e norme per l’uso del Messale Romano».

19.     Numero delle letture nelle domeniche e nelle solennità (cfr n. 318)

La C.E .I. dispone nelle domeniche e nelle solennità la procla­mazione di tutte e tre le letture, per. una maggiore organicità e ricchezza della liturgia della Parola che secondo la tradizione comprende il profeta, l’apostolo e l’evangelista.

20.     Stazioni quaresimali

In Quaresima secondo l’antica tradizione romana delle stazioni quaresimali, si raccomandano nelle Chiese locali le riunioni di preghiera specialmente intorno al vescovo, almeno in alcuni centri e nei modi più indicati.
Oltre che in domenica queste assemblee — con celebrazione dell’Eucaristia o del sacramento della Penitenza o con liturgie della parola o con altre forme, che richiamino anche il carattere pellegrinante della Chiesa locale — possono essere celebrate, evidenziando maggiormente il carattere penitenziale del cammino verso la Pasqua , nei giorni più adatti della settimana (in particolare il venerdì o il mercoledì) o presso il sepolcro di un martire o nelle chiese o santuari più importanti. 

21.     Velazione delle croci e delle immagini (cfr «Missale Romanum», p. 215)

Circa la possibilità di conservare l’uso di velare le croci e le immagini a cominciare dalla V domenica di Quaresima, ci si attenga ai criteri di ordine pastorale a giudizio dell’Ordinario del luogo.